Il ritorno a casa da una vacanza è sempre un po’ mesto e malinconico, mica è facile rituffarsi nei frenetici ritmi cittadini scanditi da ore minuti e secondi dopo aver trascorso una manciata di giorni bellissimi e lenti senza mai guardare l’orologio. Come un soldato che rientra nei ranghi dopo la libera uscita, il pensiero ritorna a quei giorni di libertà per riassaporarli ancora, uno per uno. Sono tutti lì, nel bagaglio aggiuntivo, quello che apro per primo, prima ancora della busta della biancheria da buttare in lavatrice. E’ la valigia vuota che ci siamo portati dietro per riempirla man mano, non di esiti da selvaggio shopping vacanziero, ma bensì di ricordi e di luoghi, da incartare accuratamente e portare a casa con noi, per chiudere gli occhi ed esserci ancora, là dove il mare luccica e tira forte il vento, dove il sole brilla sugli agrumeti stracarichi di limoni e dove la pizza è davvero qualcosa di speciale. La penisola sorrentina mi ha stregata, i suoi profumi, i colori, i contrasti incredibili, e i ricordi si susseguono come cartoline, una più bella dell’altra. Il mare soffuso di foschia, i raggi che rimbalzano sul bianco ed il profilo aspro di Capri che si staglia come un miraggio. La marmellata di arance al mattino da spalmare sul pane ancora caldo mentre lo sguardo vaga sul golfo e sui capelli biondi di mia figlia che addenta la sua brioche al cioccolato. Le viti centenarie abbarbicate in cima alla montagna, pronte a regalare un’altra ottima annata di Furore bianco mentre le nuvole bianche corrono veloci sotto di noi che sembriamo sospesi a mezz’aria. Il mare incredibilmente turchese e cristallino di Capri, la folla in piazzetta, i tavolini dei caffè, i giapponesi che fotografano tutto ed un profumo incredibile che porta il nome della via più famosa, che ho amato nel momento stesso in cui l’ho provato sul mio polso e che non ho potuto non portare con me per farmi rivivere ogni giorno l’aria di quest’isola meravigliosa. Le casine perfette e colorate di Positano, il bianco accecante dell’intonaco ed il viola acceso delle mille cascate di buganvillea che portano verso il mare, una ragazza appena giunta dall’altra parte dell’oceano con un maxi trolley ed un vestito da sposa e la lunga scalinata del Duomo di Amalfi liscia e lisa da secoli di piedi, di vite e di sogni. L’ombra e la pace della piccola Ravello, arroccata sulla scogliera come un nido di gabbiano, i vicoli, i fiori e gli scorci mozzafiato. La brezza serale che entrava dalla finestra nella nostra camera in cima alla collina, i galli instancabili che cantavano per tutto il giorno e a volte anche di notte, la statua della Madonna in processione e i botti che l’accompagnavano. La magia dei templi di Paestum e la maestosità un po’ dimenticata della reggia di Caserta, la mozzarella di bufala mangiata a morsi sul marciapiede ridendo e sgocciolando e le granite al limone più buone del mondo fatte col ghiaccio tritato a mano nelle bancarelle improvvisate lungo le curve della strada costiera. Lo sguardo che si posa sulla perfezione degli alberghi a cinque stelle e sugli yachts che sembrano navi da crociera mentre il pensiero corre a quelle tonnellate di rifiuti che solo a poche decine di chilometri stanno sfigurando le strade di una città fin troppe volte ferita, e la tanta amarezza che ne scaturisce. I parcheggi impossibili, gli spaghetti con le vongole serviti su un piatto azzurro come il mare, le barche colorate dei pescatori e il chiasso dei ragazzini che si tuffano dagli scogli. Riapro gli occhi, guardo quei fantastici limoni che ho portato con me, annuso il loro profumo ed eccomi lì, sono ancora in costiera.
lunedì 27 giugno 2011
Il profumo dei limoni
Il ritorno a casa da una vacanza è sempre un po’ mesto e malinconico, mica è facile rituffarsi nei frenetici ritmi cittadini scanditi da ore minuti e secondi dopo aver trascorso una manciata di giorni bellissimi e lenti senza mai guardare l’orologio. Come un soldato che rientra nei ranghi dopo la libera uscita, il pensiero ritorna a quei giorni di libertà per riassaporarli ancora, uno per uno. Sono tutti lì, nel bagaglio aggiuntivo, quello che apro per primo, prima ancora della busta della biancheria da buttare in lavatrice. E’ la valigia vuota che ci siamo portati dietro per riempirla man mano, non di esiti da selvaggio shopping vacanziero, ma bensì di ricordi e di luoghi, da incartare accuratamente e portare a casa con noi, per chiudere gli occhi ed esserci ancora, là dove il mare luccica e tira forte il vento, dove il sole brilla sugli agrumeti stracarichi di limoni e dove la pizza è davvero qualcosa di speciale. La penisola sorrentina mi ha stregata, i suoi profumi, i colori, i contrasti incredibili, e i ricordi si susseguono come cartoline, una più bella dell’altra. Il mare soffuso di foschia, i raggi che rimbalzano sul bianco ed il profilo aspro di Capri che si staglia come un miraggio. La marmellata di arance al mattino da spalmare sul pane ancora caldo mentre lo sguardo vaga sul golfo e sui capelli biondi di mia figlia che addenta la sua brioche al cioccolato. Le viti centenarie abbarbicate in cima alla montagna, pronte a regalare un’altra ottima annata di Furore bianco mentre le nuvole bianche corrono veloci sotto di noi che sembriamo sospesi a mezz’aria. Il mare incredibilmente turchese e cristallino di Capri, la folla in piazzetta, i tavolini dei caffè, i giapponesi che fotografano tutto ed un profumo incredibile che porta il nome della via più famosa, che ho amato nel momento stesso in cui l’ho provato sul mio polso e che non ho potuto non portare con me per farmi rivivere ogni giorno l’aria di quest’isola meravigliosa. Le casine perfette e colorate di Positano, il bianco accecante dell’intonaco ed il viola acceso delle mille cascate di buganvillea che portano verso il mare, una ragazza appena giunta dall’altra parte dell’oceano con un maxi trolley ed un vestito da sposa e la lunga scalinata del Duomo di Amalfi liscia e lisa da secoli di piedi, di vite e di sogni. L’ombra e la pace della piccola Ravello, arroccata sulla scogliera come un nido di gabbiano, i vicoli, i fiori e gli scorci mozzafiato. La brezza serale che entrava dalla finestra nella nostra camera in cima alla collina, i galli instancabili che cantavano per tutto il giorno e a volte anche di notte, la statua della Madonna in processione e i botti che l’accompagnavano. La magia dei templi di Paestum e la maestosità un po’ dimenticata della reggia di Caserta, la mozzarella di bufala mangiata a morsi sul marciapiede ridendo e sgocciolando e le granite al limone più buone del mondo fatte col ghiaccio tritato a mano nelle bancarelle improvvisate lungo le curve della strada costiera. Lo sguardo che si posa sulla perfezione degli alberghi a cinque stelle e sugli yachts che sembrano navi da crociera mentre il pensiero corre a quelle tonnellate di rifiuti che solo a poche decine di chilometri stanno sfigurando le strade di una città fin troppe volte ferita, e la tanta amarezza che ne scaturisce. I parcheggi impossibili, gli spaghetti con le vongole serviti su un piatto azzurro come il mare, le barche colorate dei pescatori e il chiasso dei ragazzini che si tuffano dagli scogli. Riapro gli occhi, guardo quei fantastici limoni che ho portato con me, annuso il loro profumo ed eccomi lì, sono ancora in costiera.
mercoledì 15 giugno 2011
Luna rosa
Che luna stasera, una guancia appena incipriata nel cielo d’inchiostro. Un’eclissi che non era un’eclissi, non come te la immagineresti, insomma, la luna c’era, ma era come se avesse lasciato solo la sua ombra, delicata, una vestaglia rosa caduta ai piedi del letto a ricordarti colei che fino a poco prima era lì. Quasi timida, riservata, lo sguardo velato, così diverso dal solito bianco luminoso e spavaldo. Sembrava malinconica, un po’ come me, che mi sono seduta al buio nel prato, circondata dagli olivi e dagli schiamazzi lontani dei lupetti che festeggiavano l’ultima sera di branco. Guardavo il suo pallore rosato e mi sembrava di vedere me stessa, un po’ chiusa , come sono in questi giorni, un po’ arrovesciata, troppo sensibile ed a tratti tesa come una corda di violino. Lei, albicocca stesa su un drappo di velluto, ed io, sognatrice in un prato di seta. L’ho trovata bellissima, fragile, impalpabile. Amica. E mentre i grilli cantavano, ho sentito l’ansia lentamente svanire, dissolversi, volare via piano, mescolarsi al pulviscolo rosato di questa romantica notte di eclisse e, finalmente, ho respirato.
venerdì 10 giugno 2011
Io voto
Io voto. Sempre. Anche quando mi fanno fumare nero e li manderei tutti quanti a pescare all’Ardenza con la lenza che, non se ne abbiano a male i pescatori livornesi, in senso meno fiorentino equivale al mandarli a Caracas. Anche quando mi vergogno davvero di essere italiana e vorrei trasferirmi in Lapponia seduta stante. Anche quando avrei voglia di aprire le schede e disegnargli sopra un bel Walter o il suddetto biglietto di sola andata per il Venezuela. Anche quando le elezioni cadono nella domenica più bella dell’anno, quella che se non vai in gita al mare ti senti la sfigata numero uno che il lunedì in ufficio verrà guardata con aria di compatimento dai colleghi che sfoggeranno abbronzature da primato. No, io voto sempre. E poi va anche sempre a finire che il Walter non glielo disegno mai e non gli mando neppure mai l’invito per il sudamerica. Mi limito ad aprire, spiegare, tracciare la mia bella x, a volte accompagnandola ad un nome, ripiegare e consegnare. Perché esigo la mia parte di responsabilità, anche quella di maledirmi in seguito nel caso mi accorgessi di aver riposto male la mia fiducia, ma voglio davvero sentirmi parte di una decisione, che riguarda me stessa, la mia vita, la vita della mia famiglia e del mondo che ci circonda. Sono fiera del diritto che mi è stato donato, un diritto prezioso che per arrivare fin qui ha visto uomini e donne che come me e come noi hanno lottato intensamente, anche a costo della loro vita, per regalarci quella bellissima cosa chiamata democrazia. Che altro non è che la libertà di tracciare una x dove si preferisce o di scriverci una poesia o farci un disegnino Picasso style. Va bene tutto, ma l’essenziale è farlo. E’ in onore di quelle persone che mi hanno preceduta e che ci hanno creduto che anche io ci credo e vado a votare. Affinché un regalo così prezioso non venga sprecato. Mai.
lunedì 6 giugno 2011
Acqua e pensieri
Che bello l’uragano di ieri pomeriggio. Oh sì, proprio uragano, ché chiamarlo temporale sarebbe assurdamente riduttivo ed anche nubifragio parrebbe una bazzecola al confronto di ciò che si è scatenato sulla città, del cielo plumbeo e spesso come una cortina di ferro che si è letteralmente spalancato, scaricando giù incredibili cascate di acqua che avrebbero potuto gareggiare con quelle del Niagara, rischiando pure di vincere, e che in pochi minuti hanno trasformato il mio giardino in una fetida piscina, mandando in frantumi vetri di finestre lasciate aperte e spezzando rami dagli alberi come fuscelli, mentre in cielo rimbombavano tuoni assordanti ed i lampi illuminavano il tutto come paparazzi impazziti. Incredibilmente bello. Io che stavo lì in piedi alla finestra, affascinata dalla forza della natura, ipnotizzata, mentre il galletto correva ai ripari mettendo asciugamani alla portafinestra che lasciava già entrare un filo d’acqua e poi andava a farsi una doccia in giardino per aprire i tombini che in ogni caso non riuscivano a ricevere più. Assurdamente bello. Lui che imprecava, gesticolava e mi dava della pazza, ed io che con tutta la flemma del mondo spostavo alcuni mobili in previsione dell’alluvione, che stava davvero per arrivare, continuando a guardare lo show con occhi innamorati, con l’unico rimpianto di non potermi accoccolare in poltrona per rilassarmi ancora di più. Una vera incosciente, lo riconosco, ma il temporale esercita davvero una forza magnetica su di me, donandomi un incredibile senso di calma e di pace che mi fa dimenticare di tutto il resto. C’è già lui che si scatena nel cielo, che bisogno ho io di fare altrettanto? Posso solo restare a guardare l’acqua che scorre come forsennata, lavando via tutto. Ed è come se avesse lavato anche me, fatto scappare i miei pensieri, le mie idee, che fino a ieri eran tutti lì belli ordinati in fila indiana e adesso me li ritrovo sparsi, bagnati, volati via come il bucato steso male, uno incastrato nella rete del vicino, uno tra le ortensie fradice e stese a terra che non torneranno su nemmeno col paranco, uno salito su come un palloncino e rimasto impigliato nei rami più alti dell’albicocco. Li raccoglierò con calma, uno ad uno, e li metterò ad asciugare appesi al filo come le fotografie che una vita fa sviluppavo nella camera oscura e toglievo gocciolanti dalla bacinella dove per magia un’immagine aveva preso vita su di un foglio bianco. Ed anche i miei pensieri lentamente torneranno a colorarsi. In attesa del prossimo temporale che pare sia in arrivo proprio per domani. Che bello.
lunedì 30 maggio 2011
Sempre
Sempre, sempre, sempre. Voglio esserci sempre per te. Per guardarti mentre dormi. Per arrabbiarmi quando mi sfidi con gli occhi di brace. Per abbracciarti stretta come a volerti far tornare nella mia pancia ed annusare quel profumo unico che hanno i tuoi capelli al mattino. Sempre. Per ridere con te fino a lacrimare. Per piangere con te fino a singhiozzare. Per aiutarti oggi ad abbottonare la camicia del branco e domani i mille bottoncini di un vestito da sposa. Sempre. Per guardarti in quegli occhi acquamarina così simili a miei e vederci un pezzo di me, un pezzo di tuo padre ed anche un pezzo che non è lui e non sono io ma sei solo tu, unica e speciale. Per rispondere alle tue domande e ai tuoi perché, anche quelli più scottanti che ultimamente stanno arrivando a raffica. Per risentirti i verbi in francese. Per sentirmi dire che non mi sopporti più e per sentirmi gridare basta. Sempre. Per vederti crescere ogni giorno di più, e capire che se anche mi fa un po’ male vederti allontanare piano piano ed iniziare timidamente a fare i primi voli, è giusto che sia così e sempre io ci sarò. Per te. Per una parola, per un aiuto, per un sorriso, per tutto quello che una madre può dare ad una figlia. Per me. Sempre. Io ci sarò sempre.
giovedì 26 maggio 2011
Che zeppa sia
Zeppa fa rima con estate, c’è poco da fare. E se io d’inverno non indosserei stivali zeppati neanche se mi pagassero, con l’arrivo del caldo mi riscopro innamorata delle zeppe che sì, è vero, hanno pure un che da tangenziale, ma sono troppo simpatiche e frivole per non amarle. E poi io al massimo ci abbino un paio di capri, mica gli shorts di latex. Insomma, credo che coadiuvate dagli accessori giusti, anche le zeppe possono essere chic. Ne sono convinta. Il fatto che non portando praticamente mai i tacchi io non ci sappia assolutamente camminare e che in cima a questi undici centimetri e mezzo di zeppa e plateau io mi senta in bilico come se fossi sul cornicione più alto dell’Empire State, è un altro discorso. Le guardo e le adoro. Laccetti color khaki ed un grande fiore sbocciato sul collo del piede, son già lì a valutare il colore giusto per lo smalto, indecisa tra un tortora e un grigio chiaro, magari illuminato da una passata di glitter. Lo so, rischio di andar giù sdraiata sul marciapiede e di giocarmi una caviglia. Ma visto che ultimamente cadono anche le indossatrici durante le sfilate forse non sarà quel gran dramma, e se mi rialzerò zoppa e dolorante, avrò il sorriso sulle labbra. Giuro.
mercoledì 25 maggio 2011
Di luce e batticuore
Fuori è già buio, abbiamo finito di cenare tardi stasera. Attraverso la zanzariera mi arriva il silenzio della notte appena iniziata. Esco in giardino per scuotere le briciole dalla tovaglia e lasciarle in dono ai passerotti che domattina banchetteranno allegri quando noi ancora staremo dormendo. Non accendo la luce esterna, ormai i due passi da percorrere li conosco a memoria, e poi dalle altre persiane esce comunque il riverbero della televisione accesa. Vengo avvolta dal buio e dal profumo inebriante del gelsomino che con questo caldo è già completamente fiorito e resto lì, ferma, la tovaglia buttata su una spalla come un mantello, ad annusare l’estate che sembra davvero già arrivata. Poi, improvvisamente, mi accorgo di loro. Omioddio, ma sono tantissime. Ma cos’è, un esercito, un raduno, un assembramento, un corteo non autorizzato? Magari a guardare attentamente si distinguono cartelli e megafoni. Ma no, che sciocca, loro sono lì a fare vasche su vasche, come la domenica pomeriggio lungo il corso, per vedere e farsi vedere, col vestito buono, quello dello struscio per le vie del centro. Beh, di sicuro l’abito è proprio quello da gran gala, che nemmeno al red carpet più trendy del pianeta si è mai vista una mise più fashion di questa. Un abito da sera fatto interamente di luce, luce purissima e magica, che per brevi istanti illumina le foglie, i fiori e il muro del mio giardino di una poesia incredibile, istanti scanditi dal battito di tanti piccolissimi cuori. Resto lì ipnotizzata a guardarle, ne seguo i movimenti, le studio, rapita dalla loro magia. La pulcina mi raggiunge e ci godiamo insieme lo spettacolo, abbracciate, mute e affascinate, fino a che una di loro si infila dentro un fiore di rododendro trasformandolo in una lampadina fucsia intermittente, facendoci scoppiare a ridere. Rientriamo e ci prepariamo per andare a dormire, ma la notte sembra improvvisamente più dolce, più amica. La magia delle lucciole è ancora dentro di noi.
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