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sabato 13 luglio 2013

Quando non ci sei

Quando non ci sei il silenzio di questa casa è come se suonasse, come se facesse rumore, una specie di muta colonna sonora, come dire, del vuoto intorno. Lo sento, anche se è strano a dirsi, come se lo potessi toccare. Avverto un filo di malinconia a metà strada tra cuore e gola, che litiga con la gioia di saperti felice; è un  battibecco incessante, assolutamente impossibile stabilire chi possa vincere. Stavolta sei lontana davvero, anche se messaggini e telefono rendono tutto così vicino, e sorrido di me stessa che stamani in ufficio non riuscivo a non guardare ogni due minuti il sito dell’aeroporto per vedere apparire la parola landed. Quando non ci sei mi mancano le nostre litigate, anche quelle feroci degli ultimi giorni, che se da un lato l’adolescenza sta battendo cassa velocemente, dall’altro c’è una madre di mezz’età, mioddio che orrore questa parola, che adesso deve pure fare i conti con l’ipertensione. Mi sembra tutto così sciocco adesso, e forse sì lo sono sciocca davvero, ad arrabbiarmi per il tuo continuo spippolare sul cellulare, che per voi nati in quest’era telematica altro non è che un prolungamento della mano, e poi cosa pretendo mai da una quasi quattordicenne che ha appena superato gli esami di terza media con un bellissimo nove. Forse sono troppo perfezionista, un po’ asfissiante, e alla luce delle centinaia di chilometri che oggi ci separano mi giunge anche la consapevolezza di essere di sicuro una gran rompiballe. Ma è anche vero che se io non fossi tutto quello che sono, tu probabilmente non saresti tutto quello che sei, figlia che sbuffa, che ribatte senza tregua, che si spezza ma non si piega, e che ride, che gioca, che riflette, che canta e balla per tutta la casa, che mi abbraccia e mi riempie di tvttttb e che si commuove davanti a un film rubandomi il fazzoletto già bagnato delle mie lacrime. Quindi va bene così, va bene tutto. La guerra e poi la pace, e tutto l’amore che c’è in mezzo, e prima, e dopo. Quando non ci sei mi sento sola, ma di una solitudine strana, come se mi mancasse un pezzo, una mano, un occhio. Una solitudine fisica, che si tocca e fa un po’ male, come quei lividi che ci troviamo a volte sulla pelle, sotto la doccia o mentre ci si veste, e non ricordiamo come ce li siamo fatti, ma dolgono un po’. Penso alle cose da fare in questi giorni, che per il resto sono giorni normali, di ufficio, di panni da stirare, di vecchi amici da invitare a cena per una grigliata e mille chiacchiere, di libri da leggere, di supermercato e non dover comprare il latte. Penso al tuo viaggio, a te e a tua cugina alle prese con una lingua straniera, alle cartoline, ai musei, al bus scoperto che vi farà girare la città. A vostra nonna che impavida vi ha prese e portate con se per un viaggio che resti un ricordo prezioso. Sorrido e cerco di cacciar via il magone. Quando non ci sei mi sento così. Vuota, fiera, fragile, scema. E sì, assolutamente rompiballe.

domenica 12 maggio 2013

L'ingrediente fondamentale

Questa è una ricetta un po' particolare: anche cambiando gli ingredienti il risultato non cambia mai. Tulle, porcellana, juta, feltro, organza, carta, pergamena, nastrini a profusione, va bene davvero tutto. Ciò che non deve mancare mai è l'ingrediente fondamentale, qualche chilo abbondante di amore, ed anche in questa occasione direi che ce ne sia sicuramente in abbondanza, forse anche troppo, anche se troppo l'amore non è mai. Amore trasmesso dal cuore alle mani che aprono e piegano, alle dita che misurano e tagliano e annodano, agli occhi che scelgono e valutano, alle labbra che sorridono, sussurrano e poi sbadigliano, che il confezionamento delle bomboniere nel cuore della notte ormai è una mia specialità. Sono passati molti anni dalle sessioni precedenti, già quattro dall'ultima, e mentre nel silenzio della notte faccio fiocchi tripli come alla catena di montaggio, davanti ai miei occhi scorrono le immagini del passato. Sempre di notte, sempre di maggio, che dolcissima coincidenza. O forse no, non lo è, magari è scritto nelle nostre stelle che gli eventi speciali qui capitano sempre di maggio, chissà. Come lucide fotografie rivedo i cucchiaini bianchi del tuo battesimo, il tulle rosa, i nastri, i bigliettini da scrivere a mano col pennarellino rosa che mi ero intestardita di trovare ad ogni costo, il grande cesto di vimini per portarli tutti al luogo del rinfresco. I sacchettini di juta e i fiorellini di feltro colorato della tua comunione, i bigliettini arrotolati intorno ad una matita, i confetti che finivano troppo spesso nella mia bocca e la preparazione di tutti i gruppetti, per i compagni di scuola, le maestre, le compagne di danza. Adesso il mio sguardo si posa su queste scatoline lunghe e trasparenti, sui confetti colorati che hai scelto tu, sui bigliettini che la stampante ha sfornato più belli che se li avesse fatti il tipografo. E' la tua cresima amore, e queste scatoline sono belle come te, come il tuo cuore, ed il mio. Il pensiero che la prossima volta che mi ritroverò a far fiocchi potrebbe essere per le tue nozze mi fa saltare un battito. Ma no, che sciocca, prima potrebbe esserci la laurea, che pare sia da festeggiare con un tripudio di confetti rossi. In ogni caso, che siano nozze, laurea od il battesimo di un nipotino, sarebbe bello. Se me lo chiederai, lo farò con grande gioia. Anzi, con amore. Quello non mancherà mai.

giovedì 24 gennaio 2013

Liceo

Anche se il sito del ministero della pubblica istruzione funziona ancora a singhiozzo e nel bel mezzo dell'iscrizione on-line mi sono vista buttar fuori un paio di volte, col terrore di aver perso tutti i dati inseriti fino a quel momento, alla fine ce l'ho fatta ed ho registrato la domanda di iscrizione per la pulcina, che a questo punto farei meglio a chiamare gallinella. Liceo. Oddio, che impressione mi fa questa parola. Non mi capacito di come possa essere volato il tempo da quella fredda mattina di gennaio quando, ancora ben lontani dal processo telematico, passai più di un'ora in fila fuori dai cancelli della scuola per l'iscrizione alla prima elementare. Sicuramente il tempo di attesa fu nettamente inferiore rispetto ai quasi due giorni passati in coda adesso per riuscire ad entrare nel sito; l'unica differenza il fatto che l'attesa attuale è stata ingannata comodamente seduta davanti ad un pc, anziché infagottata in sciarpa e cappello per ripararmi dalla tramontana, ma fu un modo per iniziare a fare amicizia con qualche altro genitore mattiniero come me. Il modulo on-line nemmeno prevede la cara vecchia richiesta di poter andare in classe insieme all'amico di turno, ma perdinci, mica siamo diventati robot. Vuoi mettere quando con un sorriso si chiedeva alla segretaria se era possibile scrivere i nomi di due amichette anziché uno solo? Vabbè, il vecchio cartaceo vince due a zero. Liceo. Al suono di questa nuova parolina che comincia per elle mi vengono i brividi. Perché liceo significa diventare grandi davvero. Vuol dire passare oltre, correre, spiccare il volo, ma quello lungo, transoceanico, praticamente un Roma-Sidney senza scali tecnici. Come sempre mi accorgo di non essere mica tanto preparata, anzi proprio per niente. Nel vocabolario quotidiano entreranno parole nuove, come fidanzato e concerto, Facebook e discoteca, piercing e occupazione. E chissà cos'altro. Ed io mi troverò sempre più spesso a cercare di vedere attraverso un vetro appannato, lasciata dietro ad una porta chiusa per schermare una telefonata piena di risatine, semiaddormentata sul divano a guardare vecchissimi film in programmazione notturna in attesa di sentir girare una chiave. Sono pallosa, lo so, e sto bene attenta a non farlo vedere, a camuffare la mia indole protettiva mascherandomi da mamma sprint, praticamente una chioccia travestita da tigre, che tanto è Carnevale e ci sta pure bene, ma in certi momenti è come se un mandarino mi si fosse piantato in gola e non ne volesse sapere di scivolare giù. Il cielo è alto e grigio oggi. Infilo le mani in tasca. Nonostante il cappotto pesante, rabbrividisco.

giovedì 26 gennaio 2012

Non sono pronta

Sì, stai diventando grande davvero. Anche se ci sono ancora tanti momenti di coccolite e di strullaggini e di sciocchi capricci nei quali sei ancora la mia piccola pulcina, ce ne sono tanti altri in cui mi accorgo che hai salito un altro gradino e stai allestendo il gran pavese preparandoti all'ingresso ufficiale nell'adolescenza. Se da un lato ne sono felice ed inorgoglita, dall'altro ne sono anche un po' spaventata e sorpresa. Insomma, come sarebbe a dire, quando è successo, perché non sono stata avvisata? ma anche se lo fossi stata so bene che non sarei mai stata pronta lo stesso. Quando mai si può esser pronte a vedere la propria figlia che diventa grande, che si rimira nello specchio prima di andare a scuola mettendosi il lucidalabbra rosato e che sceglie meticolosamente il micro sticker floreale da applicarsi sul pollice prima dello smalto. Non si può essere pronte a vederla spippolare col cellulare a velocità supersonica e sentirla disquisire di scambi di immagini via bluetooth con tali dettagli tecnici che nemmeno il call center della Tim. Tantomeno si può essere pronte alle sue rispostine morbide come la carta a vetro, alle frasi taglia e cuci che neanche la Singer ed al ribattere all'infinito come un martello pneumatico fino allo stordimento totale dell'avversario che si ritrova all'angolo senza neanche una vaga idea di come fosse cominciata la discussione. Guardo incredula la cornice d'argento sulla credenza che mi accoglie ad ogni ritorno a casa, uno scricciolino biondo di un paio d'anni nel verde dei pascoli montani, e sembra davvero solo ieri. Poi guardo il mio viso sorridente, nella stessa fotografia, e quello di tuo padre, ed in effetti a ben guardare non sembra affatto solo ieri, mannaggia. Del resto tuo padre compie mezzo secolo proprio oggi, anche se lui parla di errore anagrafico e sostiene di averne al massimo trentadue, ed una figlia che va per i tredici pare del tutto adeguata all'età. Ma ciononostante non riesco ad esser pronta, a pensare concretamente che uno di quei licei che abbiamo visitato recentemente tanto per avvantaggiarci e cominciare a ragionarci su, tra circa un anno accoglierà la tua iscrizione. No, non sono pronta a vederti mollare gli ormeggi e navigare libera, a vederti aprire le ali e volare via, a vederti camminare da sola e andare lontano. Bisognerà che stavolta sia tu a prendermi per mano.

lunedì 30 maggio 2011

Sempre

Sempre, sempre, sempre. Voglio esserci sempre per te. Per guardarti mentre dormi. Per arrabbiarmi quando mi sfidi con gli occhi di brace. Per abbracciarti stretta come a volerti far tornare nella mia pancia ed annusare quel profumo unico che hanno i tuoi capelli al mattino. Sempre. Per ridere con te fino a lacrimare. Per piangere con te fino a singhiozzare. Per aiutarti oggi ad abbottonare la camicia del branco e domani i mille bottoncini di un vestito da sposa. Sempre. Per guardarti in quegli occhi acquamarina così simili a miei e vederci un pezzo di me, un pezzo di tuo padre ed anche un pezzo che non è lui e non sono io ma sei solo tu, unica e speciale. Per rispondere alle tue domande e ai tuoi perché, anche quelli più scottanti che ultimamente stanno arrivando a raffica. Per risentirti i verbi in francese. Per sentirmi dire che non mi sopporti più e per sentirmi gridare basta. Sempre. Per vederti crescere ogni giorno di più, e capire che se anche mi fa un po’ male vederti allontanare piano piano ed iniziare timidamente a fare i primi voli, è giusto che sia così e sempre io ci sarò. Per te. Per una parola, per un aiuto, per un sorriso, per tutto quello che una madre può dare ad una figlia. Per me. Sempre. Io ci sarò sempre.

martedì 17 maggio 2011

Lo scambio

Per la verità è cominciato in sordina, non ci avevo fatto neppure caso. Mamma, prendo il tuo burro cacao. Poi si è andato lentamente allargando, ma sempre in modo molto saltuario. Come mi sta il tuo gloss? oppure mi sono legata i capelli con il tuo elastico nero. Ma fin lì mi pareva tutto nella norma, comportamenti dettati dalla praticità del momento o da un pizzico di vanità. Poi siamo arrivati al perché non facciamo che io posso usare qualche volta la tua sciarpina e tu la mia? e lì ho cominciato a capire ed a realizzare che stiamo entrando, anzi siamo già entrate nella vera e propria fase dello scambio. Da figlia unica qual sono, sono cresciuta ascoltando le amiche che parlavano di sorelle con le quali scambiavano abiti, scarpe e accessori di ogni genere, avvertendo una sensazione in bilico tra l'invidia e il timore. Se per un verso mi sarebbe piaciuto poter fare altrettanto, per l’altro avrei avuto anche un po’ paura degli effetti di questa condivisione, visto che ogni tanto mi giungevano alle orecchie lamentele su vestiti sciupati, scarpe graffiate od orecchini perduti da questa o quella sorella maldestra o distratta. Quella che sto iniziando a vivere adesso è quindi una sensazione tutta nuova ma mi accorgo che mi piace parecchio. Immagino ci sia molto tempo ancora per condividere scarpe e vestiti, se mai ci arriveremo, viste le dimensioni piuttosto contenute della pulcina che non credo arriverà mai a calzare un trentanove-quaranta e che con molta probabilità si fermerà una diecina di centimetri sotto di me, ma il pensare che la sciarpina a pois rosa che indossavo ieri, oggi ha seguito mia figlia sui banchi di scuola mi fa stare bene. E’ un pezzettino di lei che resta con me ed un pezzettino di me che va avanti con lei. Lei indubbiamente si sente un po’ più grande con il mio elastico alla coda di cavallo o il mio gloss leggermente brillantinoso sulle labbra, ed io mi sento tornare fanciulla con la sua sciarpa color caramella o con i suoi braccialettini di cristalli colorati comprati dai cinesi. Immagino che il prossimo sarà il mio smalto nuovo grigio chiarissimo e sto già valutando di rilanciare con la sua collanina lunga, quella con una mini Alice e una maxi teiera. Interessante davvero questa tecnica, mi piace assai. Mai troppo tardi per imparare qualcosa.

mercoledì 15 settembre 2010

Come da copione

So con certezza di aver pianto a tutti i tuoi primi giorni di scuola. A volte con un paio di lucciconi furtivi, altre con un piccolo diluvio sotto gli occhiali da sole, ma le lacrime mi hanno sempre accompagnata nei tuoi esordi tra i banchi di scuola. Sono una maledetta sentimentale, mannaggia a me, e anche se rido e scherzo e sembro una tosta, in realtà sono una frignona inenarrabile, adesso cominci a rendertene conto anche tu. Ma stamani avevo deciso di tenere duro. Che figura ti avrei fatto fare a piangere davanti al cancello della scuola media? Che anche se i grandi entravano un’ora dopo ed eravate solo una marea vociante di emozionati primini, mica sarebbe stato bello ritrovarti con una mamma balbettante nei pressi. Così ho chiacchierato con gli altri genitori, ti ho fatto un po’ di foto con le amiche del cuore, ti ho abbracciata e ti ho mandata avanti da sola, alla scoperta della tua nuova aula e dei tuoi nuovi amici. Sei partita impettita facendoti largo in mezzo alla marea umana e non ti sei voltata indietro, facendo subito gruppo con gli altri e salendo le scale con decisione. Io ti ho guardata da lontano in silenzio, ho salutato quelli che conoscevo e poi sono partita a razzo sul marciapiede convinta che avrei fatto tardi al lavoro. Ma che brava che sei stata gallina, mi son detta, non hai fatto una piega, hai visto com’era contenta la picci, è grande ormai. I piedi camminavano svelti mentre mi tenevo stretto il giubbotto nell’aria frizzante della mattina, guardando il marciapiede scuro scorrere sotto di me come un nastro. E’ stato proprio il ricordo di quel marciapiede che mi ha tradita, dei nostri passi di alcuni anni fa, tu piccola e sorridente, tre anni, un grembiulino a quadretti rosa un po’ troppo lungo e un minuscolo zainetto colorato con Winnie Pooh. Ho chiuso gli occhi ed ho riavvertito nettissimamente la sensazione della tua manina stretta nella mia mentre ti accompagnavo al tuo primo giorno di asilo. Li ho riaperti ed ho intravisto un paio di gocce sull’asfalto grigio, non può essere pioggia, ho pensato. Avevo ragione, erano solo le lacrime del primo giorno di scuola.

giovedì 22 luglio 2010

Proprio stasera

E così è passato anche il tuo undicesimo compleanno. Anzi, no, a voler essere precisi manca ancora una manciata di minuti a quelle ventidue e trentasette di quel ventidue luglio del millenovecentonovantanove, quando ti vidi per la prima volta e in un nanosecondo mi innamorai perdutamente di te. In realtà, come accade spesso, abbiamo già festeggiato, e pure due volte, che quando si tratta di momenti di gioia sono dell’opinione che si possa anche abbondare che male certamente non fa. C’è stata la solita festa in largo anticipo, prima ancora che finisse la scuola, con una diecina di bambine scatenate che hanno spalmato pizza sul cotto del pranzo all’aperto come se avessero deciso di giocarci a dama, costellandolo di deliziose macchie di unto che resteranno a perpetuo ricordo negli anni a venire. C’è stata la consueta cena in famiglia, poche sere fa, con nonni, zii e quasi-zii e la sessione culinaria della sottoscritta che è durata praticamente una giornata ma che mi fa sempre stare così bene che penso non ci sia niente di più terapeutico per una donna di una serata che riesce alla perfezione. Poi è arrivato oggi, un po’ in sordina, un giorno come gli altri, il lavoro, un controllo medico al pomeriggio, due milk shakes al Mac e la tua valigia da preparare. Già, perché uno dei tuoi regali è stato proprio un viaggio, che i nonni hanno deciso di farti a sorpresa e così poco fa ti abbiamo salutata. Tornerai di notte e di notte trasformerò la tua valigia in uno zaino perché dopo poche ore partirai nuovamente, alla volta di una settimana di giochi nel verde con il tuo branco di lupetti. Ti vedo sfuggire dalle mie dita come sabbia fine che si insinua nelle fessure e senza farsene accorgere scivola via silenziosa, e non so che fare. Sono felice per te, delle tue esperienze, della gioia che ti brilla negli occhi, ma allo stesso tempo mi sento svuotata, strana, incupita. Mi manchi già. Proprio stasera, proprio a quest’ora. Ripenso alla notte scorsa, che hai voluto passare nel lettone in mezzo a noi come regalo speciale di compleanno, a tutte le volte che mi giravo, scalciando via il lenzuolo troppo caldo, e ti trovavo lì, attaccata alla mia schiena come una cozza e mi fermavo ad ascoltare il tuo respiro sottile, cercavo la tua manina calda e la baciavo piano. Auguri tesoro mio, che la vita ti sorrida sempre. Una lacrima furtiva si infila tra le mie ciglia. Che palle di mamma che sono, lo so. Ed infatti ho già una vaga idea di dove ti chiederò di dormire, quando tornerai. Stavolta il regalo speciale sarà per me.

martedì 13 luglio 2010

Il fidanzamento

Glielo leggo negli occhi prima ancora che apra bocca. Hanno una luce nuova, diversa. Una piccola scintilla le danza nello sguardo. Mamma, devo dirti una cosa, mi dice la pulcina sorridendo sorniona, mi sono fidanzata con A. Avverto un brivido strano. Oddio, ci siamo, ho pensato. Avrei voluto fermare il tempo in quell’istante, cristallizzarlo per sempre. Faccio finta di nulla, le sorrido, le chiedo com’è andata e ascolto divertita il racconto di questo fidanzamento estivo a metà strada tra elementari e medie, che durerà il tempo dei centri estivi e poi chissà, ma che mi lascia comunque intimorita come davanti ad un qualcosa di nuovo e inaspettato. Non è la cosa in se che mi disturba, che anzi mi intenerisce e diverte anche un po’, pensando a quanto sia buffo il destino, ricordando bene le passeggiate che io e la mamma di A. facevamo nel parco, spingendo le rispettive carrozzine prima e passeggini poi, mentre i relativi occupanti si studiavano a vicenda, una bionda come il grano, l’altro nero come l’ala di un corvo. Ricordo che una volta ci fu addirittura uno scambio di ciucci. Ciò che mi spaventa un po’ è l’atteggiamento che intravedo, la femminilità che sta facendo capolino, la porta che si sta spalancando su un mondo nuovo con il quale dovrò fare presto i conti. Poi lei si accoccola sul divano a guardare l’ennesimo cartone, io mi avvicino e lei si stringe a me come un gattino. Il mio cuore salta un battito. Forse non è tutto perduto. Non ancora.

lunedì 14 giugno 2010

L'ultimo giro di giostra

La prima metà di giugno è sempre incasinatissima, un tourbillon di impegni e di avvenimenti, scolastici e non, recite, feste, prove, spettacoli, ultime verifiche, gavettoni, costumi da rifinire, che vivo in un crescendo di quella strana emozione che unisce la gioia alla malinconia. Giornate troppo piene, in cui il tempo sembra non bastare mai. Poi, improvvisamente, nell’arco di pochi giorni tutto finisce, e mi ritrovo un po’ spenta, con una strana sensazione di vuoto alla bocca dello stomaco, come un palloncino sgonfio quando la festa è già finita. Nell’arco di un weekend ho salutato la scuola e i cinque bellissimi anni che la pulcina vi ha trascorso, e il fatto che continuerà a varcare lo stesso cancello fino alla fine di luglio non è affatto la stessa cosa, che senza i compagni di classe, le maestre e quel clima speciale, no, i centri estivi non sono neppure lontanamente paragonabili. Ho pranzato all’aperto con tutta la classe, le solite chiacchiere, le ultime notizie sulla scuola media, il gossip sulla preside che forse resta e forse va, dove andrete di bello in vacanza, dammi la ricetta del tuo cheese cake altrimenti ti tolgo il saluto, mentre i bambini ligi al copione si dividevano immediatamente, incuranti dei trentacinque gradi all’ombra, i maschi a correre nel prato dietro al pallone, le femmine a dondolarsi in altalena raccontandosi segreti e risate. Ho assistito muta e incredula allo spettacolo di danza della pulcina che, anche se è pur vero che ogni scarafone è bello a mamma sua, non ho potuto negare a me stessa l’evidenza che quella che stavo vedendo sul palco, sicura di se, brava e tremendamente espressiva, fosse proprio mia figlia, mentre nel mio cuore si scatenava una tempesta di meravigliose emozioni. I baci, gli abbracci, i fiori, le foto, i saluti. Poi, in un attimo, la giostra si ferma. La girandola che roteava impazzita improvvisamente si arresta, in attesa che il vento ricominci a soffiare a settembre. Mi sento strana, svuotata. Un po’ triste, un po’ no.

venerdì 29 gennaio 2010

Open day

L’open day in realtà si è risolto in un’open hour o poco più, ma la visita introduttiva alla scuola che dal prossimo anno ospiterà la pulcina è stata comunque interessante. Le medie. Mamma mia, che effetto mi fa anche solo scriverlo. Mi sembra solo ieri quel freddo pomeriggio d’inverno in cui andai a visitare l’asilo nido che poi scelsi. Con me c’era una traballante frugolina di diciotto mesi che, mentre io parlavo con una delle educatrici, mi piantò in asso per andare a buttarsi di testa dentro la vasca di palline colorate, ridendo e gorgheggiando, felice come una Pasqua. Non c’era alcun dubbio, il luogo le piaceva assai. Oggi è stata un po’ più composta, un misto tra il curioso e l’intimorito, osservando, ascoltando e cercando di assorbire il più possibile dalla visita a quelle aule che dal prossimo settembre la ospiteranno tutti i giorni, le stesse aule che hanno ospitato suo padre circa trentacinque anni fa. La preside con la cofana di fusilli in testa parlava di orario, di lingue, di sport, di laboratori di scienze, ceramica, indirizzo musicale, illustrando ampiamente progetti e attività collaterali, ma chissà come non riuscivo a seguirla più di tanto. Il mio sguardo si posava continuamente sui volti dei docenti presenti, cercando di capire dalle loro espressioni che tipi fossero. La professoressa di matematica con gli occhialini ed il foulard azzurro mi è sembrata piuttosto dolce, mentre quella di italiano con corti capelli sale e pepe e tailleur piombo mi è apparsa severa, ma forse aveva solo un po’ di mal di testa. L’insegnante di percussioni dalla lunga capigliatura rasta era divertente solo a guardarlo, quello di scienze sembrava appena uscito da un laboratorio pieno di provette e alambicchi. Cos’avrà questa da guardare, avranno pensato. Beh, secondo me dal volto di ognuno di noi traspare molto più di ciò che si crede e diciamo che volevo avvantaggiarmi. Per quel poco che servirà poi, perché con la verticalizzazione degli istituti qui dal prossimo settembre cambierà nuovamente tutto e buona parte di questi insegnanti forse non ci saranno nemmeno più. Vabbè. Vedremo. Nel frattempo mi è piaciuto questo breve tuffo nel nuovo mondo della picci, la quale naturalmente, passati i primi minuti di timore e imbarazzo, ha fatto subito vedere di che pasta è fatta, iniziando a correre per i corridoi con un paio di compagne di classe, salendo ai piani superiori e andando ad esplorare palestre e laboratori. Roba da farsi sospendere prima ancora di cominciare ma, evidentemente, anche in questo caso pare che il luogo sia di suo gradimento.

giovedì 3 dicembre 2009

S.O.S. Natale

Non sono giorni facili, questo è un dato di fatto. Però non sono sprofondata, e non è poco. Diciamo che galleggio. Mi faccio trasportare dalla marea, alta o bassa che sia, facendomi cullare dalle onde che vanno e che vengono, cercando di respirare e di concentrarmi solo sul momento, senza dannarmi e arrovellarmi troppo sul domani. Scellerata? Forse, o più semplicemente piena fino all’orlo. O magari finalmente un po’ fatalista, come mi suggerisce la cara Dani. Oppure l’incudine in gola si è finalmente sciolta, come mi diceva la mia amica Laura. Forse un po’ di tutto questo. Ad ogni modo, proprio per aiutarmi a fare il morto, cerco di immergermi nelle cose spicciole di tutti i giorni, quelle banali ma anche divertenti. La letterina a Babbo Natale, per esempio. Non la mia, che non basterebbe un’enciclopedia e poi tanto non la leggerebbe nessuno, ma quella della pulcina. Ieri si è messa d’impegno per scriverla, che anche se ormai sa che non verrà smistata dal Regio Ufficio Postale del Polo Nord ma sarà semplicemente letta da quei due comunissimi mortali che l’hanno messa al mondo, i quali ne divulgheranno il contenuto a nonni e zii quando lei non sarà a portata d’orecchio, anziché diventare un ennesimo ordine da evadere per gli elfi e gli gnomi che lavorano a bottega dal buon vecchio vestito di rosso, la picci resta una tradizionalista e ci tiene a mettere le sue intenzioni nero su bianco. La prima parte della letterina, quella riguardante i mea culpa sulle varie birbanterie commesse durante l’anno precedente e gli impegni a migliorarsi per quello successivo, è scorsa via facile e veloce. Il problema è nato quando ha dovuto iniziare a scrivere i suoi desideri: praticamente non ne ha. Sì, ha scritto che le piacerebbero un paio di bagno schiuma con, cito testualmente, profumi sfiziosi tipo cioccolato e zucchero a velo. Poi ha scritto che vorrebbe il nuovo libro della saga che ama tanto. E un paio di calze nere. Dopodiché il nulla. Le liste infinite di qualche anno fa, con svariati modelli di Barbie, case e transatlantici delle Polly Pocket, giochi in scatola e bambole corredate di abiti e pannolini, sono finite. Di libri se ne comprano già a bizzeffe durante l’anno e alla fine sono più quelli ancora nuovi sugli scaffali della sua cameretta di quanti in realtà ne riesce a leggere. Per scarpe e vestiti ho un debole io, e la rimpinzo non poco, soprattutto da quando in questa città hanno aperto i miei paradisi terrestri, tali Zara e H&M. Attrezzature sportive non le mancano, gadgets elettronici nemmeno, sebbene per quest’ultimi lei non vada poi così matta. Così, la lista piange. Per carità, non son certo queste le disgrazie. Vorrà dire che se la mini lista andrà subito esaurita, riceverà anche qualche pensierino a sorpresa, cosa che non fa mai male. Ma io son qui che mi chiedo se essere orgogliosa di una figlia apparentemente poco consumistica, se vantarmi di tutti i miei pensa a chi non ha nulla, o se alla fine non abbia creato un mostro.

martedì 17 novembre 2009

L'intervista

Bellissima giornata autunnale, mite, soleggiata. Il tempo ideale per fare un po' di giardinaggio e piantare i bulbi che da diversi giorni aspettano con fiducia nei loro sacchetti. Scaverò i buchini e li metterò a dormire nei loro letti umidi e bui in attesa che il primo sole di primavera li faccia decidere a mettere il naso fuori. E cercherò di scrollarmi di dosso questo leggero velo di malinconia che mi ha incupita un po'. Ho ritrovato dopo tanto tempo quel nastro dove diversi anni fa, un pomeriggio che io e la pulcina, allora treenne, decidemmo di giocare all'intervista, registrammo le nostre voci. Il gioco, che poi ripetemmo un altro paio di volte, consisteva nel mio intervistarla, con tanto di microfono, chiedendole di raccontarmi cosa aveva fatto all'asilo, cosa le piaceva mangiare, se mi raccontava una fiaba o mi diceva la filastrocca di Natale appena imparata a memoria, e lei che tutta impettita rispondeva e chiacchierava senza freni, tenendo tra le mani quel microfono fucsia del registratore di Barbie come vedeva fare in tivù, beandosi un mondo del suo nuovo ruolo di star. Lei stessa ha ritrovato il nastro, mi ha chiesto cosa fosse e naturalmente ha voluto subito ascoltarlo. E' stato buffo sentire quella vocina che usciva fuori dallo stereo, mentre la decenne di adesso rideva alle cose strampalate dette da lei stessa un bel po' di tempo fa. Ho riso e mi sono anche commossa, ma purtroppo mi sono accorta che non ricordavo più la sua voce. Ricordavo perfettamente il pomeriggio in cui incidemmo il nastro, noi due sedute sul divano, l'atmosfera, i colori, forse anche i nostri abiti. Ma non ricordavo più il suono della sua voce: quella piccolina che chiacchierava al microfono poteva essere chiunque. Ho riconosciuto il suo modo di parlare, alcune sfumature particolari, le risatine, ma la voce l'avevo dimenticata. Penso che sia assolutamente normale, soprattutto in una famiglia dove non ci sono filmini da riguardare e riascoltare e dove quindi non si ha l'abitudine a rivedersi come eravamo con voci e movenze, ma ci sono rimasta male lo stesso. Avrei pensato che una mamma si dovesse ricordare ogni minima inflessione della vocina della sua bimba, anche dopo anni. Non è stato così e credo di dover metabolizzare questa delusione nei confronti di me stessa. Adesso basta lagne però, mettiamoci a scavare e guardiamo di seppelire nel terriccio insieme ai bulbi anche questa stupida malinconia, che a primavera si trasformerà in un tripudio di colori. Magari proprio per la festa della mamma.

lunedì 9 novembre 2009

Un tranquillo weekend di suina

Erano già più di due settimane che tutti i bambini intorno alla picci, compagni di scuola, lupetti, amiche di danza, di catechismo e chi più ne ha più ne metta, stavano cadendo giù come mosche sotto i colpi della suina, e questo suo restarne illesa, continuando a far da portavoce tra la maestra e i malati per compiti e altre amenità scolastiche, saltellando come un grillo, mi pareva sinceramente una posizione molto traballante. Lo percepivo insomma come uno stato di grazia destinato a durar poco. Ovviamente mi sono tirata la fiatata da sola, perché da sabato sera facciamo parte della nutrita schiera di famiglie italiane con figli febbricitanti squassati da colpi di tosse che nemmeno l'orco di Tolkien. Continuo a ripetermi che alla fine si tratta solo di una influenza, che tra qualche giorno sarà passata e buonanotte al secchio, ma devo ammettere che tutto questo allarmismo di giornali e televisione è riuscito a farmi venire un po' d'ansia. Così, mentre lei si bea di questo status privilegiato, sdraiata sul divano in compagnia di libri e dvd e la fantasmagorica prospettiva di alcuni giorni senza scuola, libera di programmarsi i pomeriggi a suon di Nintendo e puntate registrate del Falco e la Colomba, io la osservo di sottecchi, sbircio, controllo, studio, attenta al colorito, agli occhi lucidi, alla temperatura. E non mi riconosco. Mai stata impensierita dalle sfebbrate, dai mal di gola o dalle scarlattine, mentre a questo giro avverto nettamente un po' di timore. Quando si dice la potenza dell'effetto mediatico.

lunedì 2 novembre 2009

Paura

In autobus è impossibile non ascoltare le conversazioni altrui, soprattutto quando parlano proprio accanto a te ed hanno un'età che tra non molti anni sarà quella di tua figlia. Ti incuriosisce sempre guardarli, osservarli, i gesti, le movenze, vedere che per molti aspetti non sono poi diversi da come eri tu alla loro età, mentre per altri li senti lontani anni luce. Un lui ed una lei, amici, liceali, intorno ai sedici anni, curati, carini. Lui le chiede cos'è successo poi l'altra sera. Le non sa, non ricorda, era in botta, ricorda solo dei flash. Lui le chiede se aveva bevuto molto, lei risponde tre birre, lui dice che non era poi molto. Poi le chiede se dopo la birra ne aveva presa, lei risponde di sì, che non ricorda niente di ciò che è successo dopo, solo degli sprazzi, quando ha cominciato a calare, che non sa cosa ha fatto né come ha fatto a tornare a casa. Lui ridendo dice che allora lo chiederà a Matteo, magari lui se lo ricorda. Ride anche lei. Poi vanno avanti, devono scendere alla prossima, un noiosissimo lunedì mattina di scuola li attende. Non si accorgono di quella donna di mezz'età che resta seduta, immobile, lo sguardo perso nel vuoto. E' una madre terrorizzata.

lunedì 19 ottobre 2009

Il fiocco sul portone

Il fiocco sul portone è stato un'emozione. Non c'era stato più nessun fiocco dopo quello di mia figlia. Del resto il condominio è piuttosto piccolo e le famiglie papabili alle fine son solo due, mettendo nel conto anche la nostra che però, come Paganini, non credo che si ripeterà. Così, dopo dieci anni, in un giorno ventoso è apparso un altro fiocco sul portone, rosa anch'esso come colui che l'aveva preceduto, perché il futuro è rosa, come dice lo spot che preferisco in questi giorni. Un cuore ricamato a punto in croce con uno svolazzo di tulle. Come non pensare al mio, quadretti Vichy e nastrini di raso, ormai scolorito e sciupacchiato ma ancora appeso dietro alla porta della camera della pulcina, un po' ricordo, un po' portafortuna, ma guai a chi glielo tocca. E che emozione salire le scale per andarla a conoscere, questa nuova vicina di casa, un dolce batuffolino addormentato nella sua culla, i pugnetti alzati e un filo di sorriso appena accennato. Io e la pulcina la guardiamo in silenzio, mi sembra di tornare indietro nel tempo e non mi capacito di come quel ragnetto che dormiva in una culla quasi uguale possa essersi trasformato in questa jena bionda avvinghiata al mio braccio. Mentre ascolto la mamma orgogliosa che racconta di travaglio e poppate penso che la vita scorre via troppo in fretta e che troppo spesso mi lascio travolgere dall'essere sempre in ritardo, sempre di corsa, togliendo il tempo ad una carezza, a una coccola, a una parola speciale, pensando che ci sia sempre un dopo. Un dopo che quasi sempre fugge però, e il momento è passato. Gli occhi mi si fanno lucidi, mannaggia a me, adesso penseranno che sono andata a trovare una neonata con il raffreddore, ma non è così. Godetevi ogni momento, ogni attimo, che non ritornerà. Cercherò di farlo anche io. Promesso.

venerdì 2 ottobre 2009

t.v.u.k.d.b.

Lo sapevo che ci si sarebbe arrivati prima o poi, ma trovarmelo davanti è stato lo stesso una specie di choc. Lo so che è il gergo di questa gioventù degli anni duemila, che è scritto dappertutto, sui muri, sui bus, che ci fanno titoli di film e di canzoni, ma ciononostante ci son rimasta un po’ di sasso, ecco. Insomma, com’è che fino a ieri mi scriveva i bigliettini con i cuoricini e mi scriveva ti voglio tanto bene mamma e ora, di punto in bianco, è apparso un t.v.u.k.d.b.? Che poi, oltretutto, il ritrovarmi al cospetto di quella kappa mi ha fatto sgranare ancora di più gli occhi. Non bastavano le iniziali puntate, c’era pure la kappa. Così, da un giorno all’altro. E mi sento stupita, folgorata, divertita anche, un pochino, e invecchiata anche, parecchio. Insomma, torno a ripetermi, i figli crescono improvvisamente, senza preavviso, fino a ieri una timida pianticella appena spuntata dalla terra e poi, in una nottata, ti affacci al balcone e scopri un albero. Insomma, si resta di sale, ci si dispiace un po’, ma poi si sorride.

lunedì 14 settembre 2009

Back to school

Primo giorno di baraonda ufficiale, di quella che ne parla anche il telegiornale, snocciolando numeri e statistiche, quanti nuovi iscritti in prima, quanti ripetenti, prezzi del corredo scolastico, la storia del maestro unico e il grembiule obbligatorio. Insomma, tutto l’ambaradan al gran completo. E noi, puntuali all’appello, anche quest’anno eravamo lì, nel vocìo del cortile pieno zeppo di bambini, famiglie e macchine fotografiche, andando dai ciao, come stai, che avete fatto di bello quest’estate agli ho saputo che la maestra d’inglese è cambiata ma la nuova pare sia più brava, sussurrato a mezza voce dalla mamma di G che, non si sa come, sa sempre tutto. Di chiacchiere da fare ce ne sarebbero state per delle ore, ma il trillo della campanella ha ricordato a tutti il motivo per cui eravamo nuovamente lì, baciando i figli che s’incamminavano verso le scale trascinando zaini da scoliosi e cercando di nascondere alla bell’e meglio la lacrimuccia che cercava di farsi largo tra le ciglia. Avevo deciso di lasciarla salire da sola, ma poi, ben consapevole del fatto che l’anno prossimo le mamme saranno off limits non soltanto in classe ma sicuramente anche nel cortile delle scuole medie, ho sapientemente eluso la sorveglianza del preside che piazzatosi a gambe larghe a metà scale rimandava indietro i genitori con uno sguardo da ufficiale della Gestapo, fingendo di uscire e rientrando invece subito dopo dalla porta che conduce all’altra rampa di scale, che l’averci passato già sette anni in quella scuola, tra materna ed elementari, qualcosa vorrà pur dire, perlomeno in fatto di scorciatoie e passaggi segreti, e sono salita in classe. La scusa ufficiale era vedere l’aula nuova e fare un saluto alla maestra, rimasta unica, ahimè, come voluto dalla nostra ministra, e vedere accanto a chi si sarà seduta la picci e chissà in che fila è e se chiacchiera di già, ma in realtà l’ho voluta semplicemente guardare, seduta al banco, qualsiasi esso fosse, impettita ed emozionata col suo grembiulino blu e stamparmi il suo visino nel cuore. Per fortuna non sono stata la sola ad avere l’idea di ignorare le direttive del preside e nel corridoio c’erano altri genitori, così mi sono mimetizzata, ho scambiato due parole con la maestra e mi sono affacciata un secondo alla porta della classe, mentre cercavo di mascherare con un sorriso l’emozione che mi assaliva, cogliendo con un unico sguardo tutti i particolari: i fiori di carta colorati appesi alle pareti, le tende bianche, lo scaffale pronto ad accogliere libri e lavoretti. L’ho già detto, questo anno scolastico mi emozionerà in particolar modo, e non solo perché sono una piagnona. Il fatto è che i figli crescono. E il problema è che io non sono mica tanto preparata.

martedì 7 luglio 2009

Di guerra e di pace

E' come se avessimo perso le chiavi. Ognuna chiusa dietro alla propria porta, barricata dietro ai propri convincimenti, a non schiodarsi di un millimetro per venirsi incontro, per cercare di capire che l'altro, sì, forse può avere anche ragione. E l'altro è tua madre, santa pazienza, che forse, dall'alto dei suoi anta e passa anni e tanta vita e tanti sbagli e tante incazzature, forse, dicevo, forse una qualche ragione ce la può anche avere. A dirti cosa è meglio fare, a suggerirti la via più dritta, a consigliarti come solo una mamma può fare. E invece tu, fatta di ferro, che anzi a guardar bene credo sia uranio o addirittura plutonio, declami a gran voce il tuo mi spezzo ma non mi piego, con la brace negli occhi e il furore nella lingua, e così invece di tacere, scatta la valanga di risposte, di quelle taglienti e biforcute che non posso fingere di non sentire, anche se molte volte trattengo il fiato e lo faccio lo stesso. E poi il caldo, la stanchezza che ci sfinisce entrambe e ci fa indossare il nervosismo come se fosse una t-shirt, e il risultato finale non può essere che l'ennesima battaglia, con lacrime e bronci, scuse e perdoni, abbracci e carezze. Per poi ricominciare puntualmente dieci minuti dopo. Basta, amore mio, facciamo una tregua, un armistizio, una pace che duri un po' di più. Mordiamoci la lingua prima di ribattere, tu cerca di pensare prima di fare, che il cervello te l'ho fatto proprio bene e quando vuoi lo sai far funzionare alla perfezione, e io cercherò di contare fino a cento prima di dar fuoco alla miccia. Dai, possiamo farcela a ritrovar le chiavi.

giovedì 11 giugno 2009

Vorrei regalarti un'estate

Vorrei regalarti un’estate come un’estate dovrebbe essere quando si soffiano dieci candeline e si sgambetta come un puledrino. Un’estate di corse nel grano, di grilli e di cicale, di notti stellate da guardare a pancia in su, di corda da saltare fino a restare senza fiato. Un’estate di scogli che bucano i piedi, di macchie di catrame da togliere con l’olio d’oliva, di conchiglie da cercare che l’ultima è sempre la più bella, di ghiaccioli all’amarena da succhiare nella frescura dietro alle cabine. Un’estate di letto fino a tardi, di giornalini da leggere in pigiama, di girini da cercare combattendo zanzare, di lucciole magiche da trasformare in monete. Un’estate di sere al bar del circolo, di gelato e di calcio balilla, di guardie e ladri nel buio della piazza, di chiacchiere e risate finché se ne ha voglia. Un’estate di ore lente come lumache, di ghiaia che scricchiola, di mercatini da allestire sul marciapiede, di partite a Monopoli quando fuori piove. Un’estate di lunghe pedalate in pineta, di cocco fresco cocco bello e bomboloni caldi dopo il bagno, di costumi da cambiare nascondendosi dietro l’asciugamano, di cartoline da scegliere con cura per spedirle solo l’ultimo giorno. Vorrei regalarti un’estate bianca, semplice e pura, come un’estate dovrebbe sempre essere quando si sgambetta come un puledrino.

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