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giovedì 28 aprile 2011

La piccola de Coubertin

Recentemente la pulcina ha partecipato alla prima audizione della sua vita, insieme ad un centinaio di altre mini ballerine tra gli otto e i dodici anni. All’inizio ero un po’ scettica all’idea, mi sembrava un po’ presto per mettersi in gioco, ma poi ho pensato che sarebbe stata comunque una bella esperienza che avrebbe lasciato dei bei ricordi, anche nel caso non ci fosse stato alcun seguito. E poi si trattava della compagnia di danza più importante della città, ed il solo varcare la soglia di quel teatro, salire le scale che portavano alle sale prove, ai camerini che hanno ospitato stelle della musica, dell’opera e della danza è stata davvero un’intensa emozione. Per me che l’accompagnavo ma soprattutto per lei, che si guardava intorno incredula. L’ingresso nella sala prove, la sbarra, il banco della commissione, la musica, pochi passi da imparare all’istante e da replicare immediatamente. Praticamente una specie di edizione di Amici in miniatura. In realtà molto poca la danza richiesta e molta invece l’espressività che doveva saltar fuori, del resto si trattava di Pinocchio. Ed a quel punto l’emotività ha fatto il resto. Troppo difficile per una pulcina che ha ereditato da questa gallina tutta l’emotività del mondo riuscire a gestire l'ansia del momento e creare qualche smorfia sul viso che non fosse da statua di sale. Così, nonostante i passi fossero stati perfetti, ieri la pulcina ha saputo di non essere tra coloro che hanno passato il turno. Molto onestamente un po’ mi è dispiaciuto perché credo che la partecipazione a questo spettacolo sarebbe stata un’esperienza fantastica e poi, sì, quando ho saputo che è stata scelta una sua compagna di corso non propriamente eccelsa nella danza ma evidentemente dal sorriso più aperto, ci sono rimasta male e, anche se solo un pochino, mi bruciava. Immaginavo la sua delusione e rosicavo. Ma la pulcina mi ha guardata con i suoi occhi limpidi e mi ha detto serenamente che sì, era un po’ dispiaciuta ma che sapeva di non aver fatto bene e che quindi immaginava che molto difficilmente sarebbe stata scelta. Però è stato così bello poter partecipare, mamma, bellissimo. Ed io mi sono sentita meschina ed anche un po’ l’Anna Magnani nel film di Visconti. Mi sono vergognata di me stessa ed ho capito che se è importante insegnare ai nostri figli, lo è ancora di più l’imparare da loro.

lunedì 29 novembre 2010

Al tuo fianco

Lo so che è dura. Lo vedo nei tuoi occhi che si chiudono da soli dal sonno alla sera, dalla tua espressione spesso sopraffatta, dalle lacrime che ti rigano le guance quando mi abbracci e piangendo mi dici che non hai più tempo per giocare e non lo trovi giusto. E’ vero, piccola mia, non è affatto giusto. E non sai quanto questo mi faccia star male. Vedere la tua infanzia scomparire nell’arco di pochi giorni mi ha lasciata stranita, triste, addolorata. Io per prima so quanto sia duro e difficile il sacrificio che stai affrontando e ti ammiro sconfinatamene per questo, perché lo hai voluto tu, ostinatamente e tenacemente, nonostante tutti i miei dubbi e le mie perplessità. Sappi però che nella vita si può anche decidere di tornare sui propri passi se ci si accorge di avere imboccato un sentiero sbagliato. E’ una sconfitta che fa bene, che ci rende più consapevoli e maturi. Soprattutto se il tornare indietro significa decidere di voler più bene a noi stessi. In quel caso io sarò lì, vicino a te. Sappi anche che se invece deciderai di andare avanti, destinando ogni singolo minuto della tua giornata allo studio e alla danza, senza che ti resti mai il minimo tempo per giocare con le Barbie, che giacciono addormentate nel cassetto sotto al tuo letto, per spippolare col Nintendo, che ormai sarà completamente scarico, o per guardare un semplicissimo cartone, sappi che anche in questo caso io sarò comunque lì, al tuo fianco. Sono sempre stata sincera con te e, come ti brontolo quando salgono a galla le tue rispostine taglienti, allo stesso modo ti elogio quando vedo che ti impegni così, ottenendo dei risultati così belli. Ti stringo a me e ti dico brava, ma oggi ho sentito il bisogno di scriverlo, come a sottolineare questa parola o a stringerti più forte. Sei brava. Sì, lo sei. Ed io sono fiera di te.

giovedì 25 febbraio 2010

Sulle punte

Alla fine il gran giorno è arrivato. Anche se sembra solo ieri quel pomeriggio d’inverno in cui ti accompagnai alla tua prima lezione di gioco-danza, tenerissimo cucciolo in calzamaglia di poco più di tre anni, in realtà di tempo ne è passato tanto e tutto trascorso in trepida attesa delle famose punte, guardando con occhi sognanti le grandi che le indossavano rapide nello spogliatoio e immaginando quando saresti stata tu ad incrociare i nastri rosa attorno alle caviglie, per poi spiccare il volo. Nel ripostiglio conservo ancora le tue prime mezze punte, la pelle grinzosa ed i laccetti sfilacciati, il numero non si legge più ma poco importa, sono così piccine che sembrano le miniature che le ballerine attaccano al borsone, vezzosissima charm che grida al mondo intero la propria passione, e che anche tu a questo punto ti sei affrettata ad appendere. Sì, ci siamo, le punte, quelle vere, sono arrivate, acquistate da sola con le compagne di corso e l’insegnante, in una spedizione speciale fatta solo per quello e per la tradizionale crèpe alla Nutella che storicamente segue l’importantissimo acquisto, degna coronazione di un pomeriggio da ricordare. Le hai guardate, ammirate, baciate, strette al cuore, incredula che fossero finalmente tue. Ci vado su benissimo mamma, la maestra ha detto che ho un collo del piede fantastico, che qui mica si scherza più con i colli del piede signori miei, lo sanno anche i muratori ed i commercialisti ormai che il collo del piede è roba seria, Celentano docet. In ogni caso, anche se il collo del piede indubbiamente aiuta, la strada da fare è ancora lunga, e così si comincia con le prime lezioni traballanti, le imbottiture di lana, i salva dita tubolari che poi sono gli stessi che le vecchiette usano per i calli, ed immancabilmente i piedi doloranti. Però all’uscita dalla sala le tue gote sono accese, gli occhi brillano come diamanti, sei così felice che neppure ti accorgi di zoppicare un po’. Il tuo sorriso copre tutto. Io ti guardo e gli anni si annullano, in un attimo ritrovo quella cucciolina che uscì ridendo dalla sala, divertita come non mai.

venerdì 5 febbraio 2010

On parle français

In effetti era già più di un anno che la pulcina diceva che alle medie avrebbe scelto il francese come seconda lingua. Poi però la data delle iscrizioni si avvicinava e l’opzione spagnolo era sulla bocca di tutti. E’ più moderno, più utile, più allegro, più facile, più diffuso. Sembrava che quasi tutta la scuola stesse scegliendo lo spagnolo, lasciando il vecchio e desueto francese a coloro che non sapevano stare al passo con i tempi, a quelli un po’ snob e ai semplici sfigati. Così, nell’arco di poco tempo, la pulcina è stata colta da atroci dubbi e ansie di fare la scelta sbagliata e lasciandosi trasportare dall’onda ha pensato che sì, sicuramente fosse meglio scegliere lo spagnolo. Ma il tarlo restava, lavorando in silenzio, scavando senza tregua, notte e giorno, rinnovando un nuovo stato d’ansia. Lo vedevo, lo percepivo, leggevo nei suoi occhi la domanda, sarà la scelta giusta? ciò che preferisco davvero? Poi, improvvisamente, a pochissimi giorni dalla fatidica iscrizione, è scoppiato il bubbone. Quasi con le lacrime agli occhi, ha detto a chiare lettere che no, a lei non importava che le sue amiche scegliessero spagnolo o che il liceo più vicino a casa avesse per l’appunto una sezione dedicata, che poi con tutta questa serie di riforme delle scuole superiori vattelapesca cosa ci sarà tra tre anni in quel liceo, magari la sezione di cinese. A lei non importava che lo spagnolo fosse considerato più moderno, facile o divertente. Lei preferiva il francese. Lei vuole scegliere il francese. Sospiro di sollievo. Grandi sorrisi. Felice che la sua volontà sia emersa, si sia manifestata, abbia alzato la voce. Mai scegliere qualcosa solo perché lo fanno tutti, figlia mia. Mai. E poi, prima che arrivasse l’inglese a farla da padrone, per tanti anni la lingua d’oltralpe è stata la mia prima lingua, quella che parlavo meglio, che ho iniziato a studiare fin da piccola e che adesso è chiusa da anni in un cassettino impolverato della mia memoria. Vorrà dire che inizierò a rispolverarla per lei. Con lei. Ormai è deciso, on y va!

lunedì 1 febbraio 2010

L'amicizia è un'altra cosa

Per essere freddo, è freddo. Generale Inverno in piena regola, non c’è che dire. Neve, pioggia ghiacciata, vento polare, è passato di tutto in questi ultimi due mesi, e anche se da qualche giorno il cielo è azzurro, in realtà il sole è solo un bottone dorato cucito nel bel mezzo di una tenda di seta, giusto una decorazione, perché di calore proprio non se ne parla. I suoi raggi fanno scintillare la brinata che ricopre le strade e le auto mentre cammino svelta fasciata nella sciarpa come una mummia ed i pensieri si condensano in rapide nuvolette di fiato. Ho ancora stampato sulle labbra il sorriso di pochi minuti fa, quando negli ultimi trafelati momenti prima di uscire di casa, tra una passata di mascara e la lista della spesa da buttare in borsa, lo sguardo mi è caduto fuori dai vetri e mi sono accorta che, incurante del gelo che ancora incombe, la mia amata Debbie ha deciso di aprire il primo coloratissimo boccio. Che sorpresa vedere quella macchia brillante in mezzo al verde scuro del triste giardino spoglio. Lei era lì, nonostante il sottozero, fedelissima, ad annunciarmi come tutti gli anni che, anche se non sembra, la primavera non è poi così lontana. E’ quasi un albero adesso, e tutte le volte che la guardo ripenso a quel piccolo arbusto in vaso acquistato al mercato dei fiori in pieno centro che mi portai a casa in autobus. Ne è passato di tempo da quel giorno ma, nonostante gli anni e un trapianto che forse non ha gradito ma che non poteva essere evitato, adesso è più rigogliosa che mai e saluta l’inverno con la sua spavalda divisa fucsia. Bella cosa la fedeltà. Penso a come sarebbe bello poter contare con la stessa matematica certezza anche sulle persone che reputiamo speciali. Gli amici, ad esempio. A volte ci accorgiamo che improvvisamente quel fiore non sboccia più, che quella che reputavi amicizia purtroppo non lo era. Come sta capitando alla pulcina in questi giorni, alle prese con la sua prima delusione. Ma allora forse non era un vera amica. Non prendertela, le ho detto, farai nuove amicizie. E’ vero, sarà indubbiamente così, ma non ho potuto fare a meno di notare nei suoi occhi quel primo, fugace, triste velo di amarezza. Hai ragione bambina mia, l’amicizia è un’altra cosa.

giovedì 26 novembre 2009

Buon sangue non mente

Tra le varie prove di italiano che vi sono in quinta elementare, testi lunghi, testi brevi, sintesi e testi poetici, oggi in classe della pulcina si sono cimentati nello scrivere filastrocche. Sapevo già che queste rime buffe e svolazzanti sono una mia passione, per scrivere in modo lieve e spensierato anche qualche concetto che proprio leggero a volte non è. Oggi ho imparato che in famiglia c'è qualcun altro che la condivide con me.

La città che vorrei

Vorrei una città con più giardini
dove poter giocare con tanti bambini
vorrei una città piena di felicità
senza violenza né criminalità.
Vorrei una città dove nessuno butta le cose per terra
o faccia la guerra
vorrei una città non inquinata

e meglio trattata.
Insomma vorrei una città
piena di vita e di tranquillità.

martedì 25 agosto 2009

Tre libri

Andare in libreria per me è sempre una gioia. Andarci con te lo è ancora di più, lo è sempre stato. Mi piace guardarti scegliere i libri, valutarli, leggere attenta la trama, studiare le copertine, i colori, le immagini, poi voltarti e chiedermi tu che ne pensi mamma? E quando resto sul vago, non dandoti il consiglio finale che vorresti, ma limitandomi a dirti quello penso di ciascuno senza sbilanciarmi troppo, tu ti indispettisci e dici che non ti aiuto, ma in realtà quello che sto facendo è proprio quello. Ti sto aiutando a crescere, a diventare grande, ad acquistare la tua indipendenza, pian piano, partendo dalle piccole cose, come la scelta di un libro, che ti farà sognare e ridere e forse anche piangere, chissà, ma l'avrai scelto tu. Allora cominci a restringere il campo, ed i dieci o più volumi iniziali che avevi raccolto dagli scaffali cominciano a diminuire, questo lo prendo un'altra volta, questo forse è da grandi, questo credo sia troppo simile a quello che ho già letto... ma nonostante tutte le buone intenzioni, non riesci mai a restringere la selezione ad uno soltanto, il tuo cuore è diviso a spicchi, sempre perlomeno tre, e li guardi e li rimiri, li apri, li annusi. Poi mi guardi, senza parlare. Ed io senza parlare, capisco. Oh, come capisco. Li acquistiamo tutti, sempre. Del resto tre è il numero perfetto.

giovedì 23 luglio 2009

Ten years (ago)

Ancora una volta sei partita con gli scout nella settimana del tuo compleanno, e anche stavolta ci siamo dovuti accontentare di farti gli auguri via cavo, cosa che di per se è comunque è un gran privilegio, visto che i genitori non possono telefonare ai lupetti durante il campo fatta eccezione per i compleanni e, guarda un po’, tu compi gli anni proprio oggi. E che anni poi. Dieci anni belli tondi, tesoro mio. Dieci. Che effetto che mi fa dirlo, non so, è come se questa cifra tonda fosse più importante, in qualche modo più significativa dei nove o degli undici, chissà mai perché gli anni con lo zero è come se fossero maiuscoli, scritti in rosso, dei traguardi speciali. Che idiozia poi, che ogni età è unica, speciale e maiuscola, da vivere e assaporare ad ogni ora, minuto e momento, che siano dieci, due, trentuno o sessantasei. E mentre son qui a dissertare di età e cifre tonde, scribacchiando veloce sul quadernone tenuto tutto storto sul lenzuolo, che il computer stasera è dominio di tuo padre, la mente ritorna a quel ventidue Luglio di dieci anni fa, che, ne sono sicura, per tutta la vita continuerà a sembrarmi ieri. Era caldo, un solleone accecante nel cielo azzurro, stranamente senza afa, proprio come oggi. Eri prevista arrivare verso i primi di Agosto, una leoncina a tutti gli effetti, chi mai avrebbe potuto immaginare che avresti invece giocato di anticipo, facendoti beffe di noi e dello zodiaco riuscendo addirittura ad atterrare nel segno precedente, anche se per poco meno di due ore, rendendoti speciale, una cuspide. Così, quando di mattina con un ultimo calcio ben assestato riuscisti a rompere il sacco che ti conteneva ed io iniziai a gocciolare come un rubinetto chiuso male, fui colta alla sprovvista, sorpresa ed anche un po’ intimorita, non potevo credere che il momento del nostro incontro fosse già arrivato. Io e tuo padre dovevamo andare a cena fuori per il nostro quarto anniversario, che cadeva proprio il giorno dopo. Avevo pensato di comprare un’altra coppia di asciugamani per ricamarne il bordo a punto in croce con fiori e animaletti per te. La famosa valigetta da portare in ospedale non era ancora pronta. Manco a dirlo, la nostra cena ovviamente saltò, la seconda coppia di asciugamani non fu acquistata e la valigetta fu preparata di corsa. Con l’aiuto dell’ostetrica riuscii a fare tutto il travaglio a casa, tra letto, bagno e divano, oscillando da momenti di lucidità a momenti di totale annebbiamento in cui mi pareva di vivere in un sogno. Ricordo che tuo padre, per cercare di distrarsi e combattere l’ansia che ovviamente negava di avere, passò quasi tutto il pomeriggio in giardino ad annaffiare, affacciandosi ogni tanto per sentire come andava e venendo puntualmente rimandato fuori dall’ostetrica che, strizzandomi l’occhio, ad un certo punto mi disse che i padri fanno certamente comodo in seguito ma che per il momento ne potevamo tranquillamente fare a meno. Così, fra una contrazione e l’altra, io e lei parlammo di tante cose in complicità tutta femminile, ridendo come vecchie amiche. Verso sera la porticina dalla quale saresti passata era già piuttosto aperta e ci dirigemmo in auto verso l’ospedale, con tuo padre che stava attentissimo ad evitare frenate, sobbalzi e cunette, mentre a me non me ne sarebbe potuto importare di meno nemmeno se mi avesse portata su una moto da cross, tutta concentrata a soffiare come un mantice come ero. Andammo subito in sala parto e lì, davvero, benché la questione fortunatamente si risolse in meno di due ore, ho sempre pensato che mi avrebbero potuta mettere a gambe all’aria in Piazza del Duomo e non avrei fatto una piega. La concentrazione di una mamma in quel momento è tutta esclusivamente rivolta a far nascere il suo bambino. Tutto il resto, l’andirivieni dell’ostetrica, il ginecologo di turno, l’infermiere che si mise a guardare lo spettacolo a cavalcioni di una sedia come se stesse guardando la finale della Coppa dei Campioni, tutto era di nessuna importanza. C’ero solo io che spingevo da fuori, tu che spingevi da dentro e la mano di tuo padre che stringeva la mia. Poi, ad un tratto, sentii una specie di swoosh, come quando un pesce bagnato ti sguscia via dalle dita, ed entrasti nel mondo. Ci guardammo stupite, incredule entrambe che fosse già tutto finito, anche se in realtà era solo il nostro bellissimo inizio. Eri calda, rosa, grinzosa, un ragnetto dolcissimo che non smettevo di guardare, di toccare, di annusare, osservando quei minuscoli piedini che per tanto tempo mi avevano tenuto compagnia con valzer e tanghi conosciuti solo a noi due. Mi stringevi il dito nel pugnetto con una forza inaspettata, come ad ancorarti ancora a me nonostante il taglio del cordone. Eccoti lì, eri arrivata, eri bellissima, eri mia. In quel momento nacque un amore folle, unico, incredibile, immenso, di cui nessuno può immaginarne l’esistenza finché non si diventa madre. Un amore per sempre. Per questi tuoi, nostri, meravigliosi dieci anni e per mille altri ancora.

lunedì 15 dicembre 2008

Scrittrice in erba

Hai voglia a dire che certamente non è il Premio Bancarella e che siamo a svariati anni luce di distanza dal Pulitzer, ma accompagnare la propria figlia di nove anni a ritirare un premio letterario è stata un’emozione indescrivibile e solo adesso, che mi ritrovo sola davanti a questo schermo acceso, comincio a riassaporare i momenti e la miriade di sensazioni. Ripenso a quel giorno d’estate quando i miei occhi si posarono sulla locandina del concorso, indetto da un’importante società cittadina, e pensai di proporlo per gioco alla mia piccola scrittrice di casa, la quale accolse con entusiasmo l’idea, in pochi giorni scrisse un bel racconto che poi spedimmo per posta elettronica e ce ne dimenticammo. Fu quella busta grigio chiaro nella cassetta delle lettere a farcelo tornare alla mente, quando un pomeriggio di Novembre al ritorno dal lavoro trovai la lettera indirizzata alla Gent.ma Signorina, e allora capii. L’emozione sul suo visino le arrossava le guance mentre la leggeva e diceva Mamma, hanno scritto proprio a me. Quella busta conteneva un invito ad una premiazione, perché tra più di cento partecipanti adulti e qualche adolescente, il racconto di una bambina di nove anni aveva vinto una menzione speciale da parte della giuria. Così stamattina la delegazione del pollaio al gran completo ha accompagnato la pulcina a ricevere il premio, che sorridente ed emozionata ha ritirato, non dimenticandosi per fortuna di ringraziare, e dichiarando che sì, in effetti proprio in questi giorni sto scrivendo un altro racconto, come nemmeno una scafatissima romanziera ospite da Fazio per promuovere l’ultima fatica letteraria. Io lì, ammutolita dall’emozione, e mentre ascoltavo le parole d’elogio che le venivano rivolte la guardavo, tentando invano di nascondere due lacrime che infischiandosene della mia volontà sono scivolate giù spavalde lungo la guancia. Pare che ci sarà un seguito, chissà. In ogni caso, anche se il tutto si fermasse a questo bellissimo momento, con il libro e il comunicato stampa da tenere come ricordo, la foto, l’applauso e i vassoi di tartine, sarebbe già moltissimo. Forse troppo.

giovedì 30 ottobre 2008

Tutto è relativo

Interno sera. Stiamo finendo di cenare e noto che la pulcina si fa improvvisamente un po’ seria e silenziosa. Mi accorgo che sta rimuginando qualcosa. Non dico e non faccio niente in attesa che i suoi pensieri arrivino in superficie e dopo un po’ sbotta: “E’ vero che Gesù è la cosa più importante che abbiamo?” ci chiede con gli occhi inquieti. “Perché ce lo chiedi? Ne avete parlato a scuola?” chiede il Galletto per tastare il terreno. “No, ma ce lo ha detto la catechista e secondo me, anche se non gliel’ho detto, non è vero” risponde esitante la pulcina. “Come mai secondo te non è vero?” le chiedo stringendole la mano sopra la tovaglia. “Perché io senza Gesù potrei stare ma senza di voi non potrei proprio vivere” ci risponde la pulcina guardandoci con gli occhi lucidi “quindi secondo me la cosa più importante che ho siete voi”. Momento di silenzio. Poi scattano a raffica un abbraccio, un’improvvisa epidemia di occhi lucidi, una spiegazione sul significato di importanza di Gesù e del significato di amore, che spero non abbiano confuso ancor di più la pulcina. Ma sul primo momento, senza nulla togliere a Gesù, mi son sentita volare in alto come un palloncino.

giovedì 7 agosto 2008

Miracoli

Mamma ti sono cresciute le poppe, mi dice la picci sgranando gli occhi mentre saliamo in ascensore verso l'ennesimo carico di scatoloni che ci aspetta. Ma no, che dici, le rispondo mentre le mani cercano disperatamente in borsa il mazzo di chiavi trovando di tutto tranne ciò che mi serve. Hai il reggiseno quello alto e gonfio? mi chiede la picci con lo sguardo inquisitore. Sì ma non è gonfio, è solo un po' più rigido degli altri, le rispondo mentre finalmente riesco ad aprire la porta di casa stando attenta a non far cadere i contenitori d'alluminio fumanti del take-away cinese che mi stanno ustionando le dita. Secondo me sono cresciute lo stesso, dichiara la picci con aria da intenditrice. Mah, rispondo, se sono cresciute sarà il reggiseno che fa miracoli. Lo sguardo della picci si fa furbo. Me lo presti per giocare? chiede sbattendo le ciglia. Poi aggiunge candida, magari le fa crescere anche a me. Omioddio, sicuro. Si chiamano miracoli del push-up.

lunedì 21 luglio 2008

Le farfalle

L’ultimo bacio, poi ancora uno, e un altro ancora, anche sulla fronte mamma. Ti strizzo, ti sussurro all’orecchio che ti voglio tanto bene, sempre, ricordalo sempre. Anch’io mamma. Vai, divertiti, e se sarai felice tu lo sarò anch’io, mentre combatto con forza quelle lacrime antipatiche che stanno cercando di farsi strada a tutti i costi, meno male che indosso gli occhiali così non si accorgerà del luccichio nei miei occhi o penserà che sia la congiuntivite che mi perseguita da un paio di giorni. Vuoi vedere che alla fine è stata provvidenziale anche quella. Quanto sei carina con la divisa da lupetto, altro che grembiule, bisognerebbe dirlo alla Gelmini affinché le venisse un’ispirazione migliore. Sali sul pullman senza voltarti, cosa cavolo c’è nella mia gola, altro che groppo questo è un mattone, come avrà fatto a infilarsi fin lì. Poi attraverso il vetro del finestrino ti sbracci in saluti e io pure, giù dal marciapiede, mani di bimbi e mani di mamme, un tripudio di farfalle svolazzanti a dirsi ciao. Devi dirmi ancora qualcosa, che sarà mai, e ricorri all’alfabeto muto, sì proprio quello che ti ho insegnato io e che anch’io usavo quando avevo la tua età e chissà forse quando aveva la tua età lo usava pure la nonna. Veloce componi ti voglio bene. Le mie mani scattano e veloci compongono anch’io. Tu spalanchi la bocca in un sorriso e poi di nuovo le mani di tutti a sfarfallare saluti e mille baci che volano come api ronzanti. Il pullman si muove, ti seguo con lo sguardo, con il groppo e con una lacrima che alla fine è riuscita a farsi strada attraverso un ciglio. Ciao amore mio, divertiti. E soprattutto, sii felice.

lunedì 26 maggio 2008

Il quasi-compleanno

Nascere nel cuore dell'estate è sotto molti aspetti una fortuna, tranne il caso in cui si desideri festeggiare il compleanno con i propri compagni di classe. Si può optare per una festicciola con gli amichetti di spiaggia e i vicini di ombrellone, si può decidere per un barbeque notturno rinfrescato da anguria e ghiaccioli, si può perfino scegliere un divertente party in piscina, ma se si cerca di organizzare una festa con i compagni di scuola si può esser certi di andare incontro ad una delusione. I compagni di classe, perlomeno quelli della picci, già nella seconda metà di Giugno, pochi giorni dopo la fine delle lezioni, iniziano lentamente a migrare verso campeggi al mare, nonni in campagna e case in montagna, per diventare in Luglio e Agosto una specie praticamente estinta. Così, l'unica soluzione è giocare d'anticipo ed è qui che è nata l'idea del quasi-compleanno, giunto quest'anno alla sua terza edizione, come terza è la classe della pulcina che sta giungendo a conclusione. Se la prima edizione aveva coinvolto tutta la classe più qualche pesenza esterna tra amichette di danza e parentado assortito, dalla seconda edizione la pulcina ha preferito passare ad una festicciola più intima che vede coinvolti solo gli amici del cuore. Così, distribuendo gli inviti in segreto per non far torto agli esclusi, passando velocemente cartoncini di mano in mano all'uscita di scuola neanche fossi stata una spacciatrice, siamo giunti ai festeggiamenti del quasi-nono-compleanno che si è svolto accompagnando il branco di piccole jene ridens ad uno spettacolo teatrale interattivo, dove tanto per sottolineare il concetto dell'interattività hanno fatto recitare anche Gallina e Galletto, e il bello è che ci siamo diveriti anche noi come bambini, seguito da un'allegra merenda a base di chiacchiere, vispe Terese, risate, regalini e Happy Meal. Pulcina felice Gallina felice, che sembra un proverbio ma che è solo semplicemente la regola di ogni mamma. Sulla via del ritorno un'amichetta le confida con un pizzico di invidia che è proprio bello il quasi-compleanno, così si può festeggiare due volte. La pulcina sorride, si volta e mi guarda sorniona. Mi sa che è proprio vero. Sto già pensando alla versione ufficiale, quella sotto la tiepida luna di Luglio.

giovedì 7 febbraio 2008

Buonanotte non basta

Buonanotte non basta. Nemmeno buonanotte amore. La formula da recitare è una sola e non la si può cambiare. Giammai. E’ il nostro rito, la consuetudine che ci fa mettere il cuore in pace, accantonare pensieri e progetti e ti fa chiudere gli occhi lentamente, con quel sospiro da cucciolo nel cesto e un mezzo sorriso che si increspa lievemente. Sogni d’oro, d’argento, di cristallo e tanti brillantini rosa. E’ questo quello che devo dirti e guai a cambiare una virgola, sennò non vale mamma, hai sbagliato. E’ la nostra password speciale, quella ci prepara ad un’altra notte e ad un altro risveglio. La tua treccia bionda sul cuscino, il piumino sotto il mento, l’altro lato del letto affollato dalla truppa di My Doll, un papero, un coniglio e i due Kaloo che ti seguono fin dalla culla. I segreti dell’ultim’ora, quelli detti con la vocina un po’ miele e un po’ pepe, oggi ho detto a Niccolò che voglio essere la sua fidanzata anche se lui ne ha già altre quattro e lui ha detto che gli va bene lo stesso. E chiamalo scemo. E poi l’abbraccio, lungo, caldo, e respiro il tuo odore inconfondibile mentre ti bacio le gote soffici. Nanna adesso, che la mattina non vuoi mai alzarti. Faccio per andar via ma mi richiami sempre, un altro bacio, un altro cocco, un altro segreto. Sogni d’oro, d’argento, di cristallo e tanti brillantini rosa. Stavolta, per davvero.

giovedì 31 gennaio 2008

La strada giusta

Non credo che le punte siano il tuo destino. Sei una tipa più tosta tu, roba da lunghe requisitorie in toga nera in aule di tribunale o da battaglie ecologiche sui gommoni di Greenpeace al largo delle coste dell’Islanda. Però, chissà, non si può mai dire. E in effetti mentre ti guardo affrontare con determinazione gli esercizi alla sbarra, degagé e passé, prima e seconda, dritta come un fuso e pancia in dentro, mi scopro a pensare che forse anche un bel Lago dei Cigni con tanto di piatto e piume non ci starebbe affatto male. Vedremo. Se la strada sarà questa la seguirai, altrimenti ne imboccherai un’altra. L’importante è che sia la tua. Nel frattempo ti osservo e vedo tanta buona volontà, in barba ai ciuffi ribelli che fuoriescono dallo chignon, le mezze punte decisamente da lavare e un filo di mutanda che fa capolino dal body lilla. Ogni tanto mi lanci uno sguardo per assicurarti che ti stia guardando davvero e non stia invece approfittando della lezione aperta per scambiare due parole con le altre mamme presenti. Io ti faccio l’occhiolino e una stellina si accende nei tuoi occhi. L’insegnante, rigida e altera come solo le maestre di danza possono esserlo, vi corregge e vi sprona con la minaccia dell’esame di grado che si avvicina a passi da gigante. Stringi i denti e riparti pulcina, è così che si fa, siano essi battements tendus, verbi da coniugare o paginate di diritto civile. E mentre ti guardo piroettare sul lucido parquet il mio cuore si incrina. Non riesce più a contenere tutto l’amore che c’è dentro.

mercoledì 28 novembre 2007

Che la festa abbia inizio

Facciamo un calendario dell’avvento? ti ho chiesto all’uscita da scuola mentre pigolavi di verifiche di matematica e pasta scotta alla mensa scolastica. I tuoi occhi sgranati e felici mi hanno risposto di sì prima ancora che la parola ti uscisse dalle labbra piegate all’insù come una mezzaluna. L’ispirazione ce l’ho avuta sul momento, senza preavviso. Forse la voglia che i festeggiamenti avessero inizio comunque, ché ce la metto sempre tutta affinché i tuoi Natali siano migliori di quanto lo sono stati i miei. E il desiderio di vivere insieme a te questi giorni così speciali, respirare la tua allegria, ritornare bambina, divertirmi con te, tra bambin Gesù che spariscono dalla capanna per trasformarsi nel bebè della Barbie e tazzine di latte e biscotti da lasciare in cucina per rifocillare quel vecchietto vestito di rosso che puntualmente atterra sempre nel nostro giardino. Così, tappa in merceria, cartoleria e allestimento del laboratorio sul tavolo del soggiorno. Colla, pennelli, tu che sveltissima fai gli esercizi di italiano, ché la regola impone prima i compiti e poi giocare e niente fa eccezione cara mia, neanche il Natale. Un’altra pennellata di verde, incolla meglio che si stacca, io che taglio il nastro a occhio, tu che semini brillantini e stelline, ancora una e poi un’altra e un’altra ancora. Le bustine le lasciamo aperte mamma? Certamente, così Babbo Natale e i folletti possono lasciarci dentro qualcosa quando passano. Oh. I tuoi occhi brillano come smeraldi, io resto seria e dico chissà. Stamattina il tuo grido è rimbalzato nel silenzio delle sette fatto di pantofole, schiuma da barba e caffè. Mamma, è passato! Le bustine chissà come sono piene e sigillate, alcune gonfie e ben farcite, altre leggere come petali. Poi voli alla finestra e quello che altro non sono che foglie e terriccio sparsi dal vento diventano magicamente impronte di renne che riconosci con certezza assoluta. E’ venuto con la slitta, mamma, ne sono sicura. Se è per questo, amore, ne sono sicura anch’io.

sabato 3 novembre 2007

Un abbraccio in tasca

Non preoccuparti tesoro mio, l’abbraccio ce l’ho qui in tasca con me, anzi ne ho diecimila. Non faccio altro che accumulare cambiali di abbracci stritolanti e di nasin-naselli in questi giorni. Le metto tutte da parte, al sicuro nella mia cassaforte a forma di cuore e poi, stai pur certa, verrò ad incassarle tutte, una dopo l’altra. Esigerò tutti gli abbracci, i baci sul naso, i pizzichi e i buffetti che non ti posso dare. Ché dai figli ci si deve aspettare di tutto, anche che a scuola durante i giochi, i salti e le risate decidano di avere un incontro ravvicinato col marciapiede in cemento. Pianto, sangue, ghiaccio che arriva in ritardo. Il mio cellulare che squilla mentre sto uscendo dall’ufficio pensando a quando verrò a prenderti per portarti alla festa di Halloween alla quale tieni tanto non sapendo ancora che i piani della serata saranno radicalmente diversi. Signora, la bambina è caduta. Gli scalini due a due, il cuore in gola che batte come un pazzo tenendo compagnia alle lacrime che ricaccio giù dicendomi che sarà solo un bernoccolo. E invece no. Pronto soccorso, tu che sanguinante e gonfia come un pallone da rugby mi dici mamma ma alla festa ci andiamo lo stesso vero? Radiografia, forse anche una TAC. Mi guardi impaurita, non ti preoccupare sono solo delle fotografie un po’ diverse dal solito, se vuoi puoi metterti anche in posa. Il mio cuore galoppa come un forsennato, ma dove vuole arrivare mi chiedo. Frattura delle ossa nasali e un sacco di altre parole in medichese che significano cartilagini danneggiate, sangue in giro un po’ dappertutto e un visino che si trasforma sotto i miei occhi in quello di Rocky Balboa. Ghiaccio, signora, tanto ghiaccio, anche di notte. E antibiotici per l’emorragia, tachipirina per il dolore, eparina per l’ematoma, cortisone per il gonfiore. E i baci che ti do lo stesso, più lievi ma ti ricopro di baci. Non ti preoccupare dai che passerà. La frattura è da rivalutare signora, forse sarà necessario intervenire, vediamo tra qualche giorno. E così ci siamo ritrovate una maschera da Halloween a gratis, roba da fare invidia ai migliori truccatori hollywoodiani, che però durerà un po’ di più della vigilia di Ognissanti. Un bel po’ di più. Mamma sarò per sempre così? No amore, certo che no, ci vuole tanta pazienza. Ma tu sei una guerriera e ai compagni di classe che ti chiamano per sapere come stai rispondi da sotto la mascherina di ghiaccio io bene e tu? E il mio cuore frulla come un passero in gabbia ma tiene botta, fino ad ora. Perché mi accorgo invece che quel groppo in gola che ho ricacciato giù diverse volte adesso non ne vuole più sapere di starsene lì a far due chiacchiere con le tonsille e vuole uscire. Ma sì, facciamolo uscire un po’, col suo seguito di singhiozzi e lacrime e soffiate di naso. Un po’ d’aria non potrà fargli altro che bene.

martedì 2 ottobre 2007

Per sempre poesia


Mamma, avrei voglia di scrivere un testo poetico, hai detto. I tempi cambiano, si sa, e per sottolinearlo e confonderci un po’ la scuola cambia anche il nome alle cose. Sui miei quaderni, i pensierini crescendo si trasformavano in temi. Adesso, grandi o piccoli che siano, son tutti testi. E i quaderni, ingrassati da indigestioni di vocali e consonanti, son diventati quadernoni. Anche le poesie hanno cambiato nome, con buona pace di Pascoli e Ungaretti, trattasi adesso di testi poetici. Un testo poetico?, ti ho risposto, che bella cosa. E su cosa lo vorresti scrivere?, ti ho chiesto abbracciandoti. Sui libri, mamma, mi piacciono così tanto che vorrei scrivere cosa penso di loro. Ho delle parole dentro che avrei voglia di far uscire fuori, hai detto guardandomi seria. Fallo allora, fallo figlia mia, ti ho detto mentre il mio cuore saltava un battito, che le parole e i pensieri non si devono mai tenere chiusi. Vanno liberati, come uccellini chiusi in gabbia, da far volare in alto fino a quando incontrano il blu del cielo. E tu l’hai fatto, un po’ emozionata e un po’ stupita da ciò che stava uscendo dal tuo cuore per prender forma sulla carta. La tua prima poesia. Che ti auguro di essere la prima di una lunga serie, che ti aiuterà a vedere, a sentire, a percepire, ad ascoltare, a gustare e ad amare la vita che ti scorrerà tra le mani. Mi sento felice mamma, mi hai detto poi, come dopo che si è fatta una cosa bella. L’hai fatta, amore mio, l’hai fatta. In una luminosa mattina di fine Settembre sul lungomare di Capraia, hai fatto una cosa bellissima. E tua madre, attonita, ancora stenta a crederlo. E per lei, si tratterà per sempre di poesia.

"Un libro è "

Un libro è una gioia
un mare che scorre dentro di te
un fiocco di neve che cade sul tuo cuore.
Un libro non ti fa mai sentire sola
è un sentimento che ti accompagna
tristezza, paura, amore.
Un libro è una fata
che con la sua bacchetta magica
rende incantevole quello che leggi.
Un libro è tutto quello che pensi
che ti adora
e che non ti abbandonerà mai.

(il mio pulcino di 8 anni – 30 Settembre 2007, Isola di Capraia
)

lunedì 17 settembre 2007

Pesciolino rosso


L’atmosfera è la stessa di sempre, le voci che rimbombano, l’aria umida, il vago odore del cloro, gli istruttori a bordo vasca, i genitori seduti sulle gradinate, chi legge, chi guarda, chi parla al cellulare. Davanti a me si stende l’acqua, così azzurra da creare un’illusione caraibica, quando invece si tratta solo di una piscina cittadina, con piattaforme numerate al posto delle palme e delimitata da corsie bianche e blu anziché da una bella orlatura di sabbia bianca. I pesciolini son tutti in acqua, cuffie colorate che guizzano veloci come tante palline galleggianti sulla superficie brillante di neon e raggi di sole. Tra tutti quei pesciolini rossi, lì nel mezzo ci sei anche tu, e il mio sguardo ti osserva rapito e ammirato mentre fendi l’acqua veloce con bracciate perfette. Chiudo gli occhi e ti rivedo qui, in questa stessa piscina, poco più di sette anni fa, mentre con i tuoi pochi mesi, pochi capelli e mutandine in spugna rosa, tuo padre ti soffiava sul viso affinché tu trattenessi il respiro e poi ti tuffava nel blu, mentre io da queste stesse gradinate trattenevo il fiato a mia volta finché non ti vedevo riemergere, occhi sgranati e labbra increspate in un sorriso. Sei sempre stata un pesciolino vivace, fin da quando sperimentavi capriole e giravolte subacquee nel mio pancione, ballerina di nuoto sincronizzato in miniatura, scalciando e sgomitando che forse l’acqua era già troppo poca per te. Adesso anche la piscina comincia a starti stretta e vedo già vicino il giorno in cui le profondità marine ti faranno innamorare di gorgonie e cernie giganti, pesci luna e barracuda, degna figlia di tuo padre. Qualche mese fa hai provato per la prima volta a respirare sott’acqua ed è bastato che l’istruttore ti dicesse che era già l’ora di tornar su per farti arrabbiare. Credo che il pesciolino rosso si stia velocemente trasformando in delfino ed io, che l’acqua la amo solo se non supera i due metri, continuerò a guardarti dal bordo. Della vasca o della barca, poco importa. Io, ci sarò.

venerdì 31 agosto 2007

Scuola di baci


Negli ultimi tempi mia figlia sta frequentando un corso speciale sui baci. Ha deciso che deve imparare assolutamente come si fa e, anche se ammette che avendo otto anni ci dovrebbe essere ancora un po’ di tempo prima del fatidico primo bacio, ha paura che il Principe Azzurro possa arrivare prima e la colga impreparata. E la cosa non le aggrada per niente. Così, ogni coppietta che si sbaciucchia alla fermata del bus viene attentamente osservata dalla piccola allieva, per non parlare di spot pubblicitari, trailers o spezzoni di fiction che le capitano a tiro dove ci siano un lui e una lei intenti a baciarsi. Inutili tutti i miei tentativi di dissuaderla, che non è educato fissare la gente che si fa i fatti propri, che spiare non è buona cosa e che comunque è roba da grandi. Lei continua imperterrita nel suo studio e poi, naturalmente, ogni tanto decide di fare un po’ di pratica, tanto per vedere se ha capito bene la tecnica, baciando furiosamente il cuscino del divano, il suo avambraccio oppure Ken, il quale però, viste le dimensioni, non deve darle grande soddisfazione. Insomma, ecco come ti si trasforma una picci, che ancora non sa bene come nascono i bambini e proprio ieri mi chiedeva se un padre sia proprio necessario per farne uno, che crede fermamente a Babbo Natale e alla fatina dei dentini, che in spiaggia è ancora la regina indiscussa di secchiello e formine. Poi, improvvisamente, cresce. Lasciandoti spiazzata, divertita e anche un po’ spaventata.

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