
Ancora una volta sei partita con gli scout nella settimana del tuo compleanno, e anche stavolta ci siamo dovuti accontentare di farti gli
auguri via cavo, cosa che di per se è comunque è un gran privilegio, visto che i genitori non possono telefonare ai lupetti durante il campo fatta eccezione per i compleanni e, guarda un po’, tu compi gli anni proprio oggi. E che anni poi. Dieci anni belli tondi, tesoro mio. Dieci. Che effetto che mi fa dirlo, non so, è come se questa cifra tonda fosse più importante, in qualche modo più significativa dei nove o degli undici, chissà mai perché gli anni con lo zero è come se fossero maiuscoli, scritti in rosso, dei traguardi speciali. Che idiozia poi, che ogni età è unica, speciale e maiuscola, da vivere e assaporare ad ogni ora, minuto e momento, che siano dieci, due, trentuno o sessantasei. E mentre son qui a dissertare di età e cifre tonde, scribacchiando veloce sul quadernone tenuto tutto storto sul lenzuolo, che il computer stasera è dominio di tuo padre, la mente ritorna a quel ventidue Luglio di dieci anni fa, che, ne sono sicura, per tutta la vita continuerà a sembrarmi ieri. Era caldo, un solleone accecante nel cielo azzurro, stranamente senza afa, proprio come oggi. Eri prevista arrivare verso i primi di Agosto, una leoncina a tutti gli effetti, chi mai avrebbe potuto immaginare che avresti invece giocato di anticipo, facendoti beffe di noi e dello zodiaco riuscendo addirittura ad atterrare nel segno precedente, anche se per poco meno di due ore, rendendoti speciale, una cuspide. Così, quando di mattina con un ultimo calcio ben assestato riuscisti a rompere il sacco che ti conteneva ed io iniziai a gocciolare come un rubinetto chiuso male, fui colta alla sprovvista, sorpresa ed anche un po’ intimorita, non potevo credere che il momento del nostro incontro fosse già arrivato. Io e tuo padre dovevamo andare a cena fuori per il nostro quarto anniversario, che cadeva proprio il giorno dopo. Avevo pensato di comprare un’altra coppia di asciugamani per ricamarne il bordo a punto in croce con fiori e animaletti per te. La famosa valigetta da portare in ospedale non era ancora pronta. Manco a dirlo, la nostra cena ovviamente saltò, la seconda coppia di asciugamani non fu acquistata e la valigetta fu preparata di corsa. Con l’aiuto dell’ostetrica riuscii a fare tutto il travaglio a casa, tra letto, bagno e divano, oscillando da momenti di lucidità a momenti di totale annebbiamento in cui mi pareva di vivere in un sogno. Ricordo che tuo padre, per cercare di distrarsi e combattere l’ansia che ovviamente negava di avere, passò quasi tutto il pomeriggio in giardino ad annaffiare, affacciandosi ogni tanto per sentire come andava e venendo puntualmente rimandato fuori dall’ostetrica che, strizzandomi l’occhio, ad un certo punto mi disse che i padri fanno certamente comodo in seguito ma che per il momento ne potevamo tranquillamente fare a meno. Così, fra una contrazione e l’altra, io e lei parlammo di tante cose in complicità tutta femminile, ridendo come vecchie amiche. Verso sera la porticina dalla quale saresti passata era già piuttosto aperta e ci dirigemmo in auto verso l’ospedale, con tuo padre che stava attentissimo ad evitare frenate, sobbalzi e cunette, mentre a me non me ne sarebbe potuto importare di meno nemmeno se mi avesse portata su una moto da cross, tutta concentrata a soffiare come un mantice come ero. Andammo subito in sala parto e lì, davvero, benché la questione fortunatamente si risolse in meno di due ore, ho sempre pensato che mi avrebbero potuta mettere a gambe all’aria in Piazza del Duomo e non avrei fatto una piega. La concentrazione di una mamma in quel momento è tutta esclusivamente rivolta a far nascere il suo bambino. Tutto il resto, l’andirivieni dell’ostetrica, il ginecologo di turno, l’infermiere che si mise a guardare lo spettacolo a cavalcioni di una sedia come se stesse guardando la finale della Coppa dei Campioni, tutto era di nessuna importanza. C’ero solo io che spingevo da fuori, tu che spingevi da dentro e la mano di tuo padre che stringeva la mia. Poi, ad un tratto, sentii una specie di
swoosh, come quando un pesce bagnato ti sguscia via dalle dita, ed entrasti nel mondo. Ci guardammo stupite, incredule entrambe che fosse già tutto finito, anche se in realtà era solo il nostro bellissimo inizio. Eri calda, rosa, grinzosa, un ragnetto dolcissimo che non smettevo di guardare, di toccare, di annusare, osservando quei minuscoli piedini che per tanto tempo mi avevano tenuto compagnia con valzer e tanghi conosciuti solo a noi due. Mi stringevi il dito nel pugnetto con una forza inaspettata, come ad ancorarti ancora a me nonostante il taglio del cordone. Eccoti lì, eri arrivata, eri bellissima, eri mia. In quel momento nacque un amore folle, unico, incredibile, immenso, di cui nessuno può immaginarne l’esistenza finché non si diventa madre. Un amore per sempre. Per questi tuoi, nostri, meravigliosi dieci anni e per mille altri ancora.