lunedì 20 luglio 2009

Giorni di montagna

Alla fine il nostro brindisi c’è stato davvero. Otto giorni di montagna, che per quanto sono state piene e rilassanti le giornate lassù è come se la nostra fuga fosse durata il doppio. Il pollaio trasferito in una casina fantastica sulla cima del monte in mezzo a scoiattoli e falchi, che guai a dimenticarsi di comprare il pane o il latte perché chi mai avrebbe avuto la voglia di sciropparsi un’altra volta tutti quei tornanti circondati di prati in verticale, talmente ritti che avrei avuto seri problemi soltanto a rimanerci in piedi, mentre i serafici montanari riuscivano persino a falciarci l’erba a mano, ma del resto cosa si può pretendere da un paio di piedi abituati ai piatti marciapiedi di città. Un balcone di legno e gerani, che affacciandosi si guardava il paesino giù nella valle come da un aereo, mentre tutt’intorno le montagne si prendevano per mano come in un girotondo e mi si allargava il cuore solo a guardarle, incantata a scrutare le tonalità delle rocce, un po’ grigie, un po’ rosa, un po’ viola, fino alla massa di panna bianca della Marmolada. Sentieri che ci hanno accolto al mattino per accompagnarci fino alla sera, un passo dietro l’altro, parlando poco e guardando tanto, attraversando boschi fitti e profumati, pendii interamente ricoperti di rododendri fucsia e immensi altopiani cosparsi di fiori a ciuffi, a chiazze, a manciate, a bizzeffe, non c’è una parola per dire quanti erano, che non ne avevo mai visti così tanti tutti insieme in vita mia, dai colori incredibilmente sfacciati e struggenti. Prati infiniti, a rincorrersi incessantemente, così verdi da far quasi male agli occhi, come se nottetempo la mano di un gigante li avesse colorati con l’evidenziatore, quello verdone che la picci usa per le sottolineature più importanti, da distendersi sopra come su un tappeto, ascoltando il ronzio incessante delle api far da colonna sonora al nostro pranzo fatto di panini, gambe stanche e buonumore. Baite e malghe come uscite da un libro di fiabe, pareti di legno scolpito e davanzali straboccanti di fiori, capre, galline, conigli e un puledrino ad accompagnarci al nostro tavolo, per gustare un semplice tagliere di legno ricoperto di speck e la polenta al formaggio più buona del mondo. Le spilline dei rifugi che la pulcina ha collezionato, ma solo di quelli che si raggiungono con i piedi, la fatica e il sudore, che quelli che ci arriva l’ovovia proprio davanti non valgono mica, e che gioia vedere nei suoi occhi la soddisfazione con cui se li è guadagnati, altro che collezioni di stickers e figurine dell’edicolante. Le cene tranquille, le felpe e le dormite nel piumone, che faceva così strano proprio nei giorni in cui giù a casa c’era un caldo spropositato e cercavo di fare scorta di quel frescolino che mi avvolgeva le braccia quando andavo a scuotere la tovaglia nel buio, lasciando un po’ di briciole per gli uccellini che di lì a poche ore vi avrebbero allegramente banchettato, sovrastata da una cupola di stelle che sembrava di poter toccare solo allungando una mano. Colazioni senza fretta né orologio, da cucinare e apparecchiare come se fosse un pranzo, uova, latte, biscotti, Nutella, pane, yogurt e quel che ci va ci vuole, mangiando con calma mentre si decide la meta della giornata studiando le mappe, proponendo itinerari e disquisendo di dislivelli e altitudini, mentre il solito caffè trangugiato in piedi in cinque secondi netti mi sembrava lontano mille miglia. Le risate, le capriole della pulcina, le lamentele del galletto che non ci si può fermare ogni due minuti per fare una foto, gli zaini, gli sbadigli, la memoria volutamente lasciata a casa, non so più chi sono, cosa faccio, so solo che sono felice. E poi lui, il sole, il protagonista indiscusso, che non si è fatto desiderare bissando lo spettacolo tutti i giorni, tranne l’ultimo, nel quale per non peccare di protagonismo ha ceduto il passo alla pioggia che ha tamburellato incessante mentre preparavamo i bagagli e che ci ha salutati trasformandosi in neve proprio mentre partivamo. Otto giorni di pace, di piccole semplici perfette felicità. Otto giorni di noi. Che mi hanno insegnato una volta di più come sia importante ogni tanto staccare la spina per ritrovarsi. E che mi hanno anche insegnato che non bisogna mai fidarsi delle previsioni meteo a lunga scadenza. Che tanto la montagna fa quel che le pare.

4 commenti:

passionemaglia ha detto...

Bello.
Contenta che vi siate goduto questa meritata pausa di colori, fiori, aria e coccole.
E' importantissimo ritrovarsi, come famiglia, come microcosmo troppo spesso travolto dagli imegni quotidiani.
Buttare l'orologio, la prima regola di una vacanza vera.
Non importa se dura una due o mille settimane.
La nostra ocmincia il 28 luglio e sarà ancora più "intima" perchè nei 15 mq di un camper lo è per forza, ma com'è bello addormentarsi sentendo il respiro delle tue bimbe (che se mi sente la grande che la chiamo così ....)
baci

becca54 ha detto...

c'è poesia pura in questo testo, c'è la dolcezza di una madre e di una sognatrice. Anche se io vivrei perennemente al mare, la montagna l'hai descritta come un grembo materno.

Mamma che fatica! ha detto...

Questo post è bellissimo.

Lenny ha detto...

tra poco più di una settimana sarò anche io in montagna, a godere esattamente le stesse sensazioni che tu hai descritto.
La montagna è cosi, ti avvolge dentro e fuori, cambia i tuoi ritmi, imponendo i suoi. E camminare ti svuota la mente, ad ogni passo lasci cadere un pò dello stress della città e delle frenesia.

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