giovedì 10 dicembre 2009

Di albero, fiocchi e campanelle

Il ponte dell'Immacolata ha portato diverse cose con se, alcune piacevoli ed altre meno, ma quella più simpatica e sicuramente più attesa, soprattutto dalla sottoscritta che necessitava parecchio di una sessione creativo-rilassante, è stata la vestizione dell'albero, edizione duemilanove. Come sempre la veste di designer, di stilista e pure quella di manovale, visto che la piccola apprendista era altresì occupata ad allestire l'architettura del presepe, mi diverte e mi riempie di soddisfazione, bello o brutto che sia il risultato. Perfetto, ho pensato. Un po' triste quest'albero, ha decretato il Galletto. Belliiiiino, ha detto la pulcina, che evidentemente avrebbe gradito qualcosa di un po' più fancy. Ma io non mi scompongo, qui è normale che non la si pensi mai allo stesso modo. E siamo solo in tre, figuriamoci un po'. Per me resta un albero perfetto per questo freddo Dicembre farcito di ansia, pensieri opachi e sprazzi di allegria. Tanto bianco, vetro soffiato, cristalli, tocchi di rosso e le mie bianche campanelle di porcellana che tintinnano appena le si sfiora, dieci quest'anno come gli anni della picci. Benché sia un caso che la prima mi sia stata regalata nell'anno del suo primo Natale non posso fare a meno di pensare a questa piacevolissima coincidenza. Un albero di fiocchi di neve, grandi e glitterati o piccoli e candidi come quelli di legno fatti dalla pulcina un paio di anni fa. Se poi riesco ad imparare la tecnica e a riprodurli su carta, ne farò mille altri, per l'albero, per appendere alla balaustra delle scale, per appiccicare ai vetri delle finestre, per innevare le scrivanie dei miei colleghi. Nel frattempo continuo ad esercitarmi qui. Taglio, ritaglio e mi ipnotizzo. Un efficacissimo antistress.

lunedì 7 dicembre 2009

Happy hour

Sto facendo di tutto per non farmi travolgere, per sdrammatizzare, per respirare. Allora creo giorni fatti di una miscela strana, dove tra i momenti di tristezza e lacrime sparse ci infilo anche un po’ di sano egoismo, lo staccare la spina per pochi minuti o qualche ora per pensare solo a me, alla mia famiglia, a un briciolo di serenità. Così, tra un visita in ospedale e le mille questioni burocratiche da risolvere che mi sono piovute addosso, la mamma, la badante, la pensione di mio padre da riscuotere che signora mia, non vorrà mica che le venga data così sui due piedi solo perché lei è la figlia e suo padre è immobilizzato in ospedale, non lo sapeva che questo è il Paese delle complicazioni?, la banca, l’assistente sociale, e poi e poi e poi, come cantava Mina, ci sto infilando dentro prepotentemente anche degli sprazzi di allegria, di piccole felicità, di cose che mi facciano star bene. Come se imballassi dei fragilissimi cristalli dentro un cartone e per non farli sbatacchiare tra loro ed evitare di far cocci riempissi tutti gli spazi vuoti con una carta velina iridescente. In qualche caso cacciandola dentro a forza, ma l’importante è che serva allo scopo. Ci siamo quindi immersi per qualche ora nell’allegro e affollato centro storico domenicale, con Piazza Santa Croce trasformata in un mercatino natalizio d’oltralpe, banchi stracarichi di ogni meraviglia, dalle spezie francesi ai fumanti rotoli alla cannella tedeschi, dalle birre alla spina, ai formaggi olandesi, alle palline e ornamenti per alberi di ogni tipo e tendenza. Abbiamo fatto anche i turisti, infilandoci nella basilica e visitandola come si deve, chiostri, musei e cripte comprese, e ancora una volta mi sono sentita così orgogliosa dei capolavori che mi circondano. Abbiamo pranzato in libreria, eh sì, che ora anche le librerie hanno i loro angoli con sedie e tavolini dove, mentre si gusta una lasagna o una cioccolata in tazza si può anche sfogliare un libro con calma per vedere se ci piace davvero o mettersi alla ricerca della guida turistica più giusta per il prossimo viaggio. Ho fatto le ore piccole sotto al piumone leggendo un altro bel pezzo di libro e me ne sono dovuta staccare con la forza, che il decollo di questo thriller è stato talmente verticale ed avvincente che ero spalmata sulle pagine neanche fossi stata sul sedile dello Shuttle. L’abete che da qualche giorno stazionava in giardino strizzato nella rete come un salamino è stato invasato e ripulito ed ora è lì che mi guarda nudo, in attesa che inizi a vestirlo in qualche modo. Ancora non so di preciso, alla fine seguirò l’estro del momento, ma ogni tanto mentre gli passo accanto mi diverto a minacciarlo con un sorrisino, guarda che se non fai il bravo ti riempio di piume di struzzo e marabù. Mi sono concessa lunghe telefonate con amiche che non sentivo da tempo. E ne ho invitata un’altra a cena con tutta la famiglia al seguito. Ma che fai? con le giornate che stai passando non vorrai stare ad ingrullire con una cena? E invece è proprio lì la questione, ho voglia di immergermi nei ricettari e nel forno acceso, ho bisogno di sentire bambini giocare e voci che chiacchierano e ridono. Anche la mia, beninteso. Insomma, questo è il mio modo di stare a galla. Un mix di alti e bassi, di rosa e di grigi, di lucidi e di opachi. Il cocktail della sopravvivenza. L’importante è andare avanti. Ed ora che mi sovviene, quale altra parola potrebbe essere più indicata nel pollaio in questo frangente di questa parolina inglese che abbiamo incorporato nel vocabolario ormai da anni. Cocktail, coda di gallo. Direi che calza a pennello.

giovedì 3 dicembre 2009

S.O.S. Natale

Non sono giorni facili, questo è un dato di fatto. Però non sono sprofondata, e non è poco. Diciamo che galleggio. Mi faccio trasportare dalla marea, alta o bassa che sia, facendomi cullare dalle onde che vanno e che vengono, cercando di respirare e di concentrarmi solo sul momento, senza dannarmi e arrovellarmi troppo sul domani. Scellerata? Forse, o più semplicemente piena fino all’orlo. O magari finalmente un po’ fatalista, come mi suggerisce la cara Dani. Oppure l’incudine in gola si è finalmente sciolta, come mi diceva la mia amica Laura. Forse un po’ di tutto questo. Ad ogni modo, proprio per aiutarmi a fare il morto, cerco di immergermi nelle cose spicciole di tutti i giorni, quelle banali ma anche divertenti. La letterina a Babbo Natale, per esempio. Non la mia, che non basterebbe un’enciclopedia e poi tanto non la leggerebbe nessuno, ma quella della pulcina. Ieri si è messa d’impegno per scriverla, che anche se ormai sa che non verrà smistata dal Regio Ufficio Postale del Polo Nord ma sarà semplicemente letta da quei due comunissimi mortali che l’hanno messa al mondo, i quali ne divulgheranno il contenuto a nonni e zii quando lei non sarà a portata d’orecchio, anziché diventare un ennesimo ordine da evadere per gli elfi e gli gnomi che lavorano a bottega dal buon vecchio vestito di rosso, la picci resta una tradizionalista e ci tiene a mettere le sue intenzioni nero su bianco. La prima parte della letterina, quella riguardante i mea culpa sulle varie birbanterie commesse durante l’anno precedente e gli impegni a migliorarsi per quello successivo, è scorsa via facile e veloce. Il problema è nato quando ha dovuto iniziare a scrivere i suoi desideri: praticamente non ne ha. Sì, ha scritto che le piacerebbero un paio di bagno schiuma con, cito testualmente, profumi sfiziosi tipo cioccolato e zucchero a velo. Poi ha scritto che vorrebbe il nuovo libro della saga che ama tanto. E un paio di calze nere. Dopodiché il nulla. Le liste infinite di qualche anno fa, con svariati modelli di Barbie, case e transatlantici delle Polly Pocket, giochi in scatola e bambole corredate di abiti e pannolini, sono finite. Di libri se ne comprano già a bizzeffe durante l’anno e alla fine sono più quelli ancora nuovi sugli scaffali della sua cameretta di quanti in realtà ne riesce a leggere. Per scarpe e vestiti ho un debole io, e la rimpinzo non poco, soprattutto da quando in questa città hanno aperto i miei paradisi terrestri, tali Zara e H&M. Attrezzature sportive non le mancano, gadgets elettronici nemmeno, sebbene per quest’ultimi lei non vada poi così matta. Così, la lista piange. Per carità, non son certo queste le disgrazie. Vorrà dire che se la mini lista andrà subito esaurita, riceverà anche qualche pensierino a sorpresa, cosa che non fa mai male. Ma io son qui che mi chiedo se essere orgogliosa di una figlia apparentemente poco consumistica, se vantarmi di tutti i miei pensa a chi non ha nulla, o se alla fine non abbia creato un mostro.

martedì 1 dicembre 2009

Sabbie mobili

Scrivo, scrivo, scrivo. E’ tutto il giorno che aspettavo il momento in cui mi sarei seduta davanti a questa tastiera e avrei cominciato a scrivere, lasciando andare le dita alla rinfusa, come un pianista quando suona ad occhi chiusi, saltando da una lettera all’altra senza un ordine, senza una traccia da seguire, per liberare tutto quello che mi circola dentro da qualche giorno, che è esploso così, improvvisamente, lasciandomi svuotata da ogni energia e riempita di troppa malinconia. E rabbia, pure , quella non manca davvero. E preoccupazione, ma sì, mettiamoci pure quella, che io dico, dico, ma alla fine mannaggia a me non son mica fatta di pietra. Tanto tuonò che piovve, avrebbe detto mia nonna, ed in effetti quel che sta capitando adesso era matematico che sarebbe accaduto, solo il quando era l’unica incognita. Mio padre in ospedale, sperando che qualcuno possa capirci presto qualcosa. Camminava e non cammina più. Muoveva le mani, afferrava gli oggetti, come te e come me, ed improvvisamente le sue mani tremano e basta, e non è solo paura. Mia madre chiusa in quelle quattro mura, tra il letto, la sedia a rotelle e quella televisione sempre accesa che serve soltanto a far da colonna sonora alla disperazione. Io che ad ogni pensiero mi faccio fagocitare da un ricordo, che isso le barricate per non farmi travolgere, che piango, litigo e scalcio per rendermi conto amaramente che così facendo riesco solo a sprofondare ancora di più. Allora improvvisamente mi arrendo, sventolo bandiera bianca e mi apro, come una stella marina a braccia e gambe aperte sulla superficie del fango, volto il viso di lato e respiro. Resto immobile. Respiro. Non sprofondo più.

giovedì 26 novembre 2009

Buon sangue non mente

Tra le varie prove di italiano che vi sono in quinta elementare, testi lunghi, testi brevi, sintesi e testi poetici, oggi in classe della pulcina si sono cimentati nello scrivere filastrocche. Sapevo già che queste rime buffe e svolazzanti sono una mia passione, per scrivere in modo lieve e spensierato anche qualche concetto che proprio leggero a volte non è. Oggi ho imparato che in famiglia c'è qualcun altro che la condivide con me.

La città che vorrei

Vorrei una città con più giardini
dove poter giocare con tanti bambini
vorrei una città piena di felicità
senza violenza né criminalità.
Vorrei una città dove nessuno butta le cose per terra
o faccia la guerra
vorrei una città non inquinata

e meglio trattata.
Insomma vorrei una città
piena di vita e di tranquillità.

lunedì 23 novembre 2009

Aridanghete

Che barba, che noia. Che noia, che barba. Come dice la Mondaini. Uffa, che palle. Come dico io. Insomma, ci risiamo. E’ arrivato quel periodo dell’anno che amo e che odio, che mi piace da pazzi e che se potessi salterei direttamente al sette Gennaio, che mi fa andare in fibrillazione alla prima pallina glitterata che vedo e che mi fa salire l’ansia come non mai. Non sono impazzita, o forse è proprio perché lo sono, ma il mese che precede il Natale mi fa sempre quest’effetto, mi elettrizza e mi deprime al tempo stesso. Un ottovolante di sentimenti contrastanti, una giostra impazzita che non si fermerà fino ai primi giorni del duemiladieci. Benché ogni anno mi premunisca, indossando una lucente armatura e allenandomi con un po’ di training autogeno, ci ricasco sempre. Vado in brodo di giuggiole all’idea di decidere il colore dell’albero, il leitmotiv delle decorazioni, indecisa tra il bianco totale, il viola luccicoso, che però da queste parti potrebbe essere equivocato con un amore sviscerato per la Fiorentina, cosa che manco per l’anticamera, e le decorazioni bio, tutte legno, feltro e bacche in quantità. Piango lacrime amare al rileggere quella poesia scritta dalla dodicenne gallinella, …di fronte ad un albero spento, nel silenzio del giorno di Natale, al ricordarmi perfettamente la tristezza del giorno in cui la scrissi, e al rendermi conto di quanto quei Natali mancati mi manchino ancora così tanto. Sfoglio con ardore la brochure natalizia di Ikea che ha invaso il portapubblicità fuori dal portone, innamorandomi di qualsiasi lucina come se nemmeno dovessi illuminare l’Empire State. Abbraccio mia madre e non riesco a stringerla come vorrei, non posso non pensare ai nostri Natali di solitudine, a quanto la vita si stata ingiusta con lei, con noi, e mi sento assalire da quel dolore che conosco così bene ma al quale, diamine, non ci si abitua mai. Cercherò di camminare guardando dritto davanti a me, come un equilibrista sul filo, senza pensare al vuoto che c’è sotto ma solo alla bellezza del cielo che mi sovrasta. Mi butterò nella mischia, perché è così che si fa, e vai di calendari dell’avvento, di letterine a Babbo Natale anche se non ci si crede più perché far finta è forse ancora più bello, di liste di regali da buttar giù con un occhio ai desideri ed uno al portafoglio, di presepi da allestire con muschio e sassolini sul mobile nuovo e qualche biglietto old style da scrivere a mano e spedire leccando il francobollo. Se ogni tanto mi si velerà lo sguardo, darò la colpa al raffreddore.

giovedì 19 novembre 2009

Cedo il passo

Capita di vincere un premio per aver scritto un post sui nostri giorni di neve e poi quasi dimenticarsene, sai che ti arriverà in autunno inoltrato e adesso che sta scoppiando la primavera non è certo facile tenere in mente un qualcosa che ti servirà solo quando le montagne saranno nuovamente ammantate di bianco. Così quando l’efficientissima organizzazione del concorso Dolomiti Superski lo scorso Aprile mi ha comunicato che il mio premio sarebbe arrivato a Novembre, ho archiviato mentalmente la pratica e non ci ho pensato più. In Aprile si pensa a tutto, ai fiori, a quel bikini che ti ha rapito il cuore, al gloss nuovo rosa peonia, ma all’attrezzatura da sci decisamente no. La settimana scorsa, mentre tiravo fuori dall’armadio l’attrezzatura sciistica della picci per provargliela e capire se quest’anno saremo dispensati dall’acquistarne una nuova o corriamo il rischio di portarla a sciare con i pantaloni stile acqua in casa, mi sono ricordata del mio premio e sono andata a rileggere la mia posta elettronica per vedere quando sarebbe dovuto arrivare: Novembre. Arriverà, ho pensato. Ed infatti, oggi, il pacco è arrivato, puntuale come promesso, che in quanto a precisione ed organizzazione gli altoatesini vanno lasciati stare. Una specie di regalo di Natale anticipato. E quando non te lo aspetti più un regalo fa ancora più piacere. Un bellissimo casco da sci Dainese firmato Dolomiti Superski, di uno splendido bianco perlato opaco molto glamour, che immediatamente ho provato per vedere l’effetto che facevano i ciuffi biondi che fuoriuscivano impertinenti. Favoloso. Roba da far voltare tutti gli addetti agli skilift, da fermare il traffico sulle piste da sci e far morire d’invidia anche qualche maestro. Peccato che la bionda chioma, però, non fosse la mia. Per la vecchia gallina il solito casco nero basta e avanza. Quella che farà colpo sulle piste, la modaiola del comprensorio stavolta sarà la pulcina. Direi che adesso sia arrivato il suo turno.
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