sabato 13 luglio 2013

Quando non ci sei

Quando non ci sei il silenzio di questa casa è come se suonasse, come se facesse rumore, una specie di muta colonna sonora, come dire, del vuoto intorno. Lo sento, anche se è strano a dirsi, come se lo potessi toccare. Avverto un filo di malinconia a metà strada tra cuore e gola, che litiga con la gioia di saperti felice; è un  battibecco incessante, assolutamente impossibile stabilire chi possa vincere. Stavolta sei lontana davvero, anche se messaggini e telefono rendono tutto così vicino, e sorrido di me stessa che stamani in ufficio non riuscivo a non guardare ogni due minuti il sito dell’aeroporto per vedere apparire la parola landed. Quando non ci sei mi mancano le nostre litigate, anche quelle feroci degli ultimi giorni, che se da un lato l’adolescenza sta battendo cassa velocemente, dall’altro c’è una madre di mezz’età, mioddio che orrore questa parola, che adesso deve pure fare i conti con l’ipertensione. Mi sembra tutto così sciocco adesso, e forse sì lo sono sciocca davvero, ad arrabbiarmi per il tuo continuo spippolare sul cellulare, che per voi nati in quest’era telematica altro non è che un prolungamento della mano, e poi cosa pretendo mai da una quasi quattordicenne che ha appena superato gli esami di terza media con un bellissimo nove. Forse sono troppo perfezionista, un po’ asfissiante, e alla luce delle centinaia di chilometri che oggi ci separano mi giunge anche la consapevolezza di essere di sicuro una gran rompiballe. Ma è anche vero che se io non fossi tutto quello che sono, tu probabilmente non saresti tutto quello che sei, figlia che sbuffa, che ribatte senza tregua, che si spezza ma non si piega, e che ride, che gioca, che riflette, che canta e balla per tutta la casa, che mi abbraccia e mi riempie di tvttttb e che si commuove davanti a un film rubandomi il fazzoletto già bagnato delle mie lacrime. Quindi va bene così, va bene tutto. La guerra e poi la pace, e tutto l’amore che c’è in mezzo, e prima, e dopo. Quando non ci sei mi sento sola, ma di una solitudine strana, come se mi mancasse un pezzo, una mano, un occhio. Una solitudine fisica, che si tocca e fa un po’ male, come quei lividi che ci troviamo a volte sulla pelle, sotto la doccia o mentre ci si veste, e non ricordiamo come ce li siamo fatti, ma dolgono un po’. Penso alle cose da fare in questi giorni, che per il resto sono giorni normali, di ufficio, di panni da stirare, di vecchi amici da invitare a cena per una grigliata e mille chiacchiere, di libri da leggere, di supermercato e non dover comprare il latte. Penso al tuo viaggio, a te e a tua cugina alle prese con una lingua straniera, alle cartoline, ai musei, al bus scoperto che vi farà girare la città. A vostra nonna che impavida vi ha prese e portate con se per un viaggio che resti un ricordo prezioso. Sorrido e cerco di cacciar via il magone. Quando non ci sei mi sento così. Vuota, fiera, fragile, scema. E sì, assolutamente rompiballe.

domenica 12 maggio 2013

L'ingrediente fondamentale

Questa è una ricetta un po' particolare: anche cambiando gli ingredienti il risultato non cambia mai. Tulle, porcellana, juta, feltro, organza, carta, pergamena, nastrini a profusione, va bene davvero tutto. Ciò che non deve mancare mai è l'ingrediente fondamentale, qualche chilo abbondante di amore, ed anche in questa occasione direi che ce ne sia sicuramente in abbondanza, forse anche troppo, anche se troppo l'amore non è mai. Amore trasmesso dal cuore alle mani che aprono e piegano, alle dita che misurano e tagliano e annodano, agli occhi che scelgono e valutano, alle labbra che sorridono, sussurrano e poi sbadigliano, che il confezionamento delle bomboniere nel cuore della notte ormai è una mia specialità. Sono passati molti anni dalle sessioni precedenti, già quattro dall'ultima, e mentre nel silenzio della notte faccio fiocchi tripli come alla catena di montaggio, davanti ai miei occhi scorrono le immagini del passato. Sempre di notte, sempre di maggio, che dolcissima coincidenza. O forse no, non lo è, magari è scritto nelle nostre stelle che gli eventi speciali qui capitano sempre di maggio, chissà. Come lucide fotografie rivedo i cucchiaini bianchi del tuo battesimo, il tulle rosa, i nastri, i bigliettini da scrivere a mano col pennarellino rosa che mi ero intestardita di trovare ad ogni costo, il grande cesto di vimini per portarli tutti al luogo del rinfresco. I sacchettini di juta e i fiorellini di feltro colorato della tua comunione, i bigliettini arrotolati intorno ad una matita, i confetti che finivano troppo spesso nella mia bocca e la preparazione di tutti i gruppetti, per i compagni di scuola, le maestre, le compagne di danza. Adesso il mio sguardo si posa su queste scatoline lunghe e trasparenti, sui confetti colorati che hai scelto tu, sui bigliettini che la stampante ha sfornato più belli che se li avesse fatti il tipografo. E' la tua cresima amore, e queste scatoline sono belle come te, come il tuo cuore, ed il mio. Il pensiero che la prossima volta che mi ritroverò a far fiocchi potrebbe essere per le tue nozze mi fa saltare un battito. Ma no, che sciocca, prima potrebbe esserci la laurea, che pare sia da festeggiare con un tripudio di confetti rossi. In ogni caso, che siano nozze, laurea od il battesimo di un nipotino, sarebbe bello. Se me lo chiederai, lo farò con grande gioia. Anzi, con amore. Quello non mancherà mai.

sabato 23 marzo 2013

Di soppiatto

Ma sì che è arrivata. Zitta zitta, in punta di piedi, senza farsene accorgere, un po’ come a voler fare uno scherzo, un’improvvisata. Signori, son qua. E’ bastato aprire le finestre stamani per accorgersene, e star lì due minuti in più ad annusare l’aria, ad ascoltare quello che solo sembrava silenzio ma che in realtà era un tripudio di suoni, ad osservare la luce nuova che ammantava il giardino. Caspita, è arrivata davvero. Nonostante il cielo grigio e spesso di ieri che ha accompagnato la consueta caccia alle uova delle pulcine, quest’anno giocata in anticipo come le partite di calcio, che la trasferta romana della cugina non ne avrebbe consentito lo svolgimento la prossima settimana. Nonostante il mio piumino lungo e scuro che fino a ieri mi stringevo addosso rabbrividendo e che adesso dovrò correre a rimpiazzare nell’armadio con qualcosa di più leggero, probabilmente il cappottino di panno, quello con i fiori sul collo, che fa tanto madame frou-frou. Qualche avvisaglia in realtà c’era stata, con le camelie che impavide avevano iniziato a fiorire sotto la pioggia torrenziale degli ultimi giorni e le gemme dell’albicocco che lasciavano intravedere i primi petali rosati, ma il concertino di stamattina, quello che ancora adesso sta entrando dalle finestre aperte e che non finirei mai di ascoltare, come se fosse Zubin Mehta a dirigerli, passerotti, merli e forse anche qualche rondone, quello è stato davvero il calcio d’inizio. Anche se il cielo tornerà a farsi grigio in serata, e la pioggia a cadere noiosa nei prossimi giorni, il sapere che lei comunque è arrivata e che si sta accomodando in poltrona, sistemando le sue cose con grazia come si addice ad una signora, mi dona un’inaspettata serenità, un piccolo briciolo di gioia, da chiudere nel pugno stretto e custodire con cura. Che i festeggiamenti abbiano inizio. L’albero di Pasqua è già pronto e agghindato da qualche giorno, con l’uovo nuovo di zecca, come da tradizione, quest’anno un piccolo capolavoro di fiorellini lavanda. Uscire in giardino a prendere qualche camelia da far finire di fiorire in casa prima che le prossime piogge se le portino via tutte sarà roba di cinque minuti. La maglietta keep calm da infilare nell’uovo della pulcina è già stata affidata al servizio postale di Sua Maestà. Inaugurare il nuovo gloss rosato anche solo per star lì a stirare la solita montagna di panni che mi aspetta al varco sarà un piccolo segreto tra me e il mio specchio. E correre a comprare quella cassettina di fragole che mi faceva l’occhiolino al supermercato per trasformarla in una dolcissima bavarese. Niente male per una primavera arrivata di soppiatto.

martedì 5 febbraio 2013

La torta di Heidi

La scusa ufficiale è stata utilizzare quelle mele che stazionavano già da un po’ di giorni nella fruttiera prima che si sciupassero, ma in realtà avevo solo una gran voglia di qualcosa di dolce e goloso, in barba ai tre chili in più che sono neanche tanto miracolosamente apparsi sul display della mia bilancia, la quale ahimè non è rotta e funziona perfettamente, e al cocktail di colesterolo e glicemia col quale il galletto deve fare i conti in questo periodo. Giuro che non sto tentando di farlo fuori: è una vita che non mangia dolci, mica vorrà cominciare proprio adesso. Ognuno ha i suoi cavalli di battaglia, e con la ricetta di mia suocera sarei andata sullo strasicuro, ma stavolta avevo voglia di sperimentare qualcosa di nuovo. Sono andata a curiosare in un vecchio ricettario, il più vecchio dei miei libri di cucina, proprio il primo, quello che mi regalò mia madre quando io e il galletto venimmo ad abitare nel pollaio, una ventina di anni fa. Lei ben sapeva quanta poca dimestichezza avessi allora con forno e fornelli e un libro di ricette aiuta sempre, soprattutto una gallinella alle prime armi. Lì, tra le pagine ricche di foto un po’ demodé, ho trovato questa ricetta proveniente dalle montagne di Heidi ed ho deciso di metterla alla prova. Comunque la si giri, una torta di mele è sempre una torta di mele, e le varianti non son certo millemila, ma devo dire che questa si è rivelata una gran bontà. Eh sì, gli svizzeri la sanno lunga. E non solo in fatto di orologi.

Torta di mele svizzera

Ingredienti:
3 mele (circa 600 gr.)
200 gr. di farina
2 uova grandi
125 gr. di burro ammorbidito
125 gr. di zucchero
il succo di mezzo limone
un cucchiaino di lievito

Preparazione:
Accendere il forno a 180°. Lavorare bene in una ciotola il burro ammorbidito con lo zucchero. Aggiungere i tuorli ed il succo di limone, continuando a lavorare fino ad ottenere una crema. Aggiungere la farina poca alla volta, ed il lievito, impastando bene. Se il composto fosse troppo sodo aggiungere qualche cucchiaio di latte. Montare a neve gli albumi ed aggiungerli al composto mescolando delicatamente. Imburrare ed infarinare una tortiera. Versare il composto nella tortiera e livellare. Sbucciare e tagliare le mele a spicchi e poi a fettine sottili. Disporle di taglio nell’impasto e cospargerle con poco zucchero. Cuocere in forno caldo per circa 40 minuti. Servire tiepida.

giovedì 24 gennaio 2013

Liceo

Anche se il sito del ministero della pubblica istruzione funziona ancora a singhiozzo e nel bel mezzo dell'iscrizione on-line mi sono vista buttar fuori un paio di volte, col terrore di aver perso tutti i dati inseriti fino a quel momento, alla fine ce l'ho fatta ed ho registrato la domanda di iscrizione per la pulcina, che a questo punto farei meglio a chiamare gallinella. Liceo. Oddio, che impressione mi fa questa parola. Non mi capacito di come possa essere volato il tempo da quella fredda mattina di gennaio quando, ancora ben lontani dal processo telematico, passai più di un'ora in fila fuori dai cancelli della scuola per l'iscrizione alla prima elementare. Sicuramente il tempo di attesa fu nettamente inferiore rispetto ai quasi due giorni passati in coda adesso per riuscire ad entrare nel sito; l'unica differenza il fatto che l'attesa attuale è stata ingannata comodamente seduta davanti ad un pc, anziché infagottata in sciarpa e cappello per ripararmi dalla tramontana, ma fu un modo per iniziare a fare amicizia con qualche altro genitore mattiniero come me. Il modulo on-line nemmeno prevede la cara vecchia richiesta di poter andare in classe insieme all'amico di turno, ma perdinci, mica siamo diventati robot. Vuoi mettere quando con un sorriso si chiedeva alla segretaria se era possibile scrivere i nomi di due amichette anziché uno solo? Vabbè, il vecchio cartaceo vince due a zero. Liceo. Al suono di questa nuova parolina che comincia per elle mi vengono i brividi. Perché liceo significa diventare grandi davvero. Vuol dire passare oltre, correre, spiccare il volo, ma quello lungo, transoceanico, praticamente un Roma-Sidney senza scali tecnici. Come sempre mi accorgo di non essere mica tanto preparata, anzi proprio per niente. Nel vocabolario quotidiano entreranno parole nuove, come fidanzato e concerto, Facebook e discoteca, piercing e occupazione. E chissà cos'altro. Ed io mi troverò sempre più spesso a cercare di vedere attraverso un vetro appannato, lasciata dietro ad una porta chiusa per schermare una telefonata piena di risatine, semiaddormentata sul divano a guardare vecchissimi film in programmazione notturna in attesa di sentir girare una chiave. Sono pallosa, lo so, e sto bene attenta a non farlo vedere, a camuffare la mia indole protettiva mascherandomi da mamma sprint, praticamente una chioccia travestita da tigre, che tanto è Carnevale e ci sta pure bene, ma in certi momenti è come se un mandarino mi si fosse piantato in gola e non ne volesse sapere di scivolare giù. Il cielo è alto e grigio oggi. Infilo le mani in tasca. Nonostante il cappotto pesante, rabbrividisco.

martedì 22 gennaio 2013

Profumo di basilico (e di estate)


Il forno acceso in questi giorni ci sta d’incanto, è praticamente un must, fosse anche solo per il fatto che dopo aver cotto il cibo lo lascio aperto per un po’, affinché il suo calore si diffonda tra cucina e soggiorno, portando con se profumi di torte o di arrosti, che secondo me non c’è cosa che faccia più casa del rientrare e indovinare cosa c’è per cena quando le chiavi ancora girano nella toppa. Ed uno dei riti del forno, in casa di chiunque, sono le lasagne, amatissime da tutti, a partire dai bambini, anche quelli più ficosi, per arrivare ai nonni le cui dentiere ringraziano. Tutte buonissime. Quelle col sugo di carne di mia suocera, che come dice lei non è ragù ma sugo di carne, e in tutti questi anni mica l’ho capita ancora la differenza; quelle vegetariane della mia amica professoressa, che si potrebbe stare a far scarpetta fino al giorno dopo; e le mie, sì, le mie, che modestia a parte sono proprio buone, e che la pulcina mi chiede di farle tutte le volte che ha davvero voglia di qualcosa di goloso. Ecco quindi uscire dal forno le mie lasagne al pesto. Per la ricchezza degli ingredienti sono certamente perfette per questi giorni rigidi e piovosi di gennaio, anche se io ogni tanto spiazzo tutti e le sforno anche a luglio, ma stasera l’inaspettato profumo del basilico mi ha fatto chiudere gli occhi e pensare all’estate. Ho gioito di queste giornate che già si vanno allungando, ed anche se fuori era gelido e buio pesto, ho sorriso. Non manca poi molto alla fine dell’inverno.

Lasagne al pesto con ricotta e pinoli

Ingredienti:
lasagne fresche sottili
250 gr. di ricotta
½ litro di besciamella
200 gr. di pesto fresco
pinoli
parmigiano grattugiato
burro
sale
qualche foglia di basilico fresco per decorare

Preparazione:

Accendere il forno a 200°. Imburrare una pirofila. Cuocere le lasagne in acqua bollente salata per circa 3 minuti (cuocendone massimo 4-5 alla volta per evitare che si attacchino) e appena tolte dall’acqua bollente metterle in una ciotola piena di acqua fredda. Toglierne un paio dall’acqua e stenderle su un canovaccio pulito per togliere l’eccesso di acqua. Sistemarle sul fondo della pirofila, coprendo bene tutta la superficie, sovrapponendo appena i bordi. In una ciotola mescolare la besciamella con la ricotta, aggiungere 140 gr. di pesto e un pizzico di sale. Spalmare questa crema sulle lasagne, aggiungere qualche goccia di pesto qua e là, mettere qualche pinolo e cospargere di parmigiano grattugiato. Fare un altro strato di lasagne e ricoprire ancora con la crema, le gocce di pesto, i pinoli e il parmigiano. Continuare così fino all’altezza desiderata. L’ultimo strato dovrà avere un po’ più di parmigiano, un po’ più di pinoli e qualche fiocchetto di burro. Cuocere in forno a 200° per 15 minuti + altri 10 minuti di solo grill per dorare la superficie. Servire decorando ciascun piatto con qualche foglia di basilico fresco.

martedì 18 dicembre 2012

Detto fatto

Evidentemente sono io che me la tiro da sola, praticamente un effetto gallina che si gufa, tanto per restare tra volatili. Fatto sta che qualche giorno addietro, mentre cercavo di districarmi tra gli acquisti natalizi, l’asse da stiro, la pioggia battente e le prove del coro gospel nel quale sono stata inserita di forza (in effetti, a chi non manca un coro gospel nella vita), avevo brevemente riflettuto su come non avrei disdegnato qualche giorno di stop causa influenza e… detto fatto, passate neanche ventiquattr’ore mi sono ritrovata alle prese con termometro e tachipirina, il tutto inframezzato da dolori allucinanti ad ogni singolo osso, molti dei quali ne ignoravo addirittura l’esistenza, ed improvvise corse in bagno. Ovviamente il riposo forzato è arrivato, e visti i collaterali ne avrei fatto volentieri anche a meno, ma mi chiedo come mai io sia stata esaudita in questa stupida richiesta mentre tutte le volte che penso, che so, al superenalotto, al biglietto vincente della lotteria o a far sì che una dissenteria fulminante colpisca il bieco di turno, i miei desideri vengano sempre bellamente ignorati. Vabbè, probabilmente me lo meritavo e basta questo antipatico virus che mi ha stesa per qualche giorno, ma forse non tutto il male viene per nuocere, visto che tra un colpo di tosse, uno starnuto e una tazza di tè bollente sono riuscita a preparare delle etichette proprio carine per la vendita di dolcetti natalizi della squadriglia scout della pulcina, a rivedere la puntata di Downton Abbey che mi ero persa ed a tirare fuori tutti i ricettari per decidere cosa cucinare per il pranzo del venticinque. Sì, direi che una volta passato il primo tempo per così dire drammatico e con effetti speciali, il secondo tempo di un virus dicembrino può rivelarsi decisamente sopportabile. Sono sicura che ci sarà anche un terzo tempo, alla stregua di quello del rugby, ed ugualmente spassoso: una seduta di stamping da fare indigestione. Dovrò solo stare attenta a non tossire sul glitter.

lunedì 10 dicembre 2012

Priorità

Per un motivo o per un altro negli ultimi anni il Natale mi ha colta alla sprovvista, facendomi ritrovare a pochi giorni dall’arrivo della slitta con l’albero ancora nudo e intirizzito in giardino e con la lista dei regali e dei to do non solo non ancora scritta ma addirittura nemmeno concepita, trascinandomi nello stesso stato d’ansia e di agitazione di quando la prof stava per cominciare ad interrogare ed io, ben cosciente di andare incontro ad una pietosa scena muta, sapevo anche di aver già esaurito le due miserissime giustificazioni concesse per l’anno in corso. Praticamente un devastante effetto countdown. Solo che un impreparato sul registro di Babbo Natale, quello rilegato in cuoio rosso e custodito nei secoli da schiere di laboriosissimi elfi, risulterebbe decisamente più umiliante di un tre all’interrogazione di Diritto. Quest’anno ho quindi deciso di rientrare nei ranghi e se possibile di provare anche a giocare la carta dell’anticipo, che tanto a far tardi sono sempre in tempo, visto che pare io disponga di una certa dote in materia, cosa che peraltro mal si addice ad una pissera precisina come la sottoscritta, ma del resto la vita è piena di eccezioni. L’albero è già vestito di tutto punto da giorni, quest’anno in una mise bianca e rossa che strapperebbe un sorriso anche a Jack lo Squartatore, stracarico di lucine, meline che sembrano uscite da Biancaneve e tredici tintinnanti campanelle, una per ciascuno dei Natali di mia figlia, in attesa che a giorni arrivi la numero quattordici. I regali sono già tutti in dirittura d’arrivo, compresi quelli provenienti da oltre oceano, che avere gli agganci americani ogni tanto fa davvero comodo, soprattutto col dollaro a uno e ventinove. Con la complicità della pulcina ci siamo pure concesse il lusso di una mattinata intera di stamping, creando cartoncini d’auguri, bigliettini e segnaposto, con il tavolo ingombro di inchiostri, timbri, polverine, brillantini, nastri e taglierine di ogni tipo, vittime di favolosi attacchi creativi che ci hanno fatto pensare solo a stelle e cuoricini, mentre, a forza di soffiare, il glitter si depositava sul divano, sulle tende e persino sulle orchidee, ma del resto un po’ di atmosfera scintillante fa bene anche al resto della casa, anche se non credo che il Galletto abbia particolarmente gradito la luminescenza che proveniva dalla sua felpa. La ghirlanda fa già bella mostra di se sul portone e i biglietti d’auguri devono solo essere spediti. E siamo solo al dieci dicembre. Ovviamente, il fatto che sulla lavatrice ci sia una pila di panni da stirare che per arrivare all’ultimo devo mettermi in punta di piedi, che entrambi gli stendini siano anch’essi stracarichi e stazionino nel bel mezzo del soggiorno, che il cestone dei panni sporchi stia iniziando a muoversi da solo, che con il solo uso dell’indice si possano scrivere poesie o improperi, a seconda dell’umore, sul piano dei mobili e che i pavimenti stiano assumendo una sospetta tonalità grigio topo, beh, credo che sia puramente irrilevante. E’ solo una questione di priorità.

lunedì 3 dicembre 2012

Non è niente, ma

Alla fine sono riuscita a dare un senso a tutte quelle pigne amorevolmente raccolte la scorsa estate lungo gli interminabili sentieri dei Nockberge. Quelle che, non appena il galletto e la pulcina deviavano dal sentiero in cerca di preziosi finferli e porcini, la sottoscritta si prodigava a raccogliere a piene mani, riempiendo tasche e zaino di pigne di tutti i tipi, di rametti assortiti ed in qualche occasione portandosi appresso anche qualche abitante che non voleva traslocare, come quello sfacciatissimo ragnetto che una sera ritrovai sotto la doccia con me. Quelle che in questi mesi sono state lasciate chiuse nel buio di una busta sullo scaffale più alto del ripostiglio, sicure di essere state dimenticate. Ma si sbagliavano, il progetto che le riguardava era nato nella mia testa nel momento stesso in cui le avevo raccolte, bisognava soltanto aspettare dicembre, e dieci minuti di tempo. Il mese adatto è arrivato ed anche, miracolosamente, i dieci minuti, così ho tirato fuori due candele dorate e luccicanti che avevo comprato tempo fa ad un mercatino e le ho circondate di pigne, quelle lunghe e strette dell’abete rosso, quelle panciute del pino nero e quelle piccolissime del larice, ancora attaccate al loro rametto, tutte nelle loro calde sfumature del legno, semplici e nude, ancora profumate di bosco, bellissime. Un lavorino da niente, roba davvero di pochi minuti, ma il solo guardarle mi scalda il cuore, mi fa pensare al Natale dietro l’angolo ed a quei lontani giorni di vacanza trascorsi nella natura incontaminata e silenziosa delle Alpi austriache.

lunedì 19 novembre 2012

Domani


Ho guardato la data del mio ultimo uovo deposto e mi è preso un colpo. Quasi due mesi. Impossibile, ho pensato. Mica tanto, mi son detta poi. E’ che il tempo non so più dove sta di casa, ho perso l’indirizzo, il telefono, è sparito anche dalla rubrica del mio cellulare. Missing, desaparecido, scomparso, quasi-quasi scrivo a Chi l’ha visto. Ogni mattino mi alzo carica di mille propositi e penso che sì, sarà la volta buona che riesco a fermarmi un attimo e metter giù quel pensiero che mi frulla in testa dalla sera prima, a trasformarlo in un bell’ovetto tiepido da deporre lì nel pollaio ed avvolgere con cura in un bel panno di lana morbida. Poi la guarnizione della macchina espresso decide che è arrivato il momento di andare in pensione e mi sputa acqua e polvere di caffè su mezza cucina, muro compreso. La pulcina, che sta attraversando quel meraviglioso momento chiamato tredicianni, entra in crisi per i capelli che non le stanno bene né sciolti né legati né col cipollino ed è un miracolo se non prendo un Bic e la trasformo in Soldato Jane. Mentre rimugino sul Bic, l’occhio ancora cisposo mi cade inesorabile sullo specchio che mi rimanda i miei di capelli, perfetto stile Medusa del Caravaggio, e mi vien voglia di rasare la mia di testa, così risolverei in un botto il problema capelli e il budget parrucchiere, ma poi non avendo il dolce faccino di Demi Moore desisto dall’insano proposito e lego la massa informe in una triste coda senz’arte né parte. Il bus è in ritardo e mi accorgo di star imprecando in aramaico antico, del resto non è mai troppo tardi per imparare una nuova lingua. Strisciare il badge all’ingresso in ufficio, volare alla scrivania e strisciarlo nuovamente un tot di ore più tardi è praticamente un tutt’uno, solo che fuori nel frattempo il sole ha cambiato di molto la sua angolazione, anzi in alcuni giorni proprio non c’è più ed ha lasciato già il posto alla sera buia di questo umido autunno avanzato. Mentre cammino penso alla cena da preparare, al bucato da stendere, alla pulcina che mi ha chiesto un aiuto sui Promessi Sposi, a mio padre che sta ancora aspettando che gli porti l’olio nuovo e alla tonnellata di foglie gialle che ha ricoperto il mio giardino, sicuramente molto coreografiche ma decisamente pericolose qualora dal cielo venisse giù una bomba d’acqua come quelle che purtroppo pare stiano andando di moda adesso. Il telefono squilla sempre quando sto girando il sugo, non so, dev’essere un automatismo, sugo uguale telefono, telefono uguale sugo, forse se facessi una pasta al burro non chiamerebbe nessuno, anzi di sicuro, ma mentre rispondo, nell’ordine, a mia suocera che vuol sapere come si salva un allegato, alla mamma di scuola che chiede notizie sul consiglio di classe ed al galletto che tanto per cambiare è in ritardo, in casa si diffonde un certo odore di bruciato. Il sugo. Si è attaccato. Tralascio l’aramaico antico per ripassare un po’ di serbo-croato, soprattutto la grammatica, che le lingue non vanno mai lasciate nel dimenticatoio, ma l’intento è lo stesso: smoccolare ben bene. Cosa che certo non si addice ad una signora, ma qui di signore non ne vedo, c’è solo una tizia stralunata con una cofana di capelli che non si fanno addomesticare neanche da Nando Orfei. Quando accendo la tivù il telegiornale è sempre già finito, al massimo è il momento delle reti in campionato e delle pole positions, sai che me ne importa, e resto ancora col dubbio di come cavolo devo fare per iscrivermi a queste stramaledette primarie, sempre che al telegiornale si siano degnati di dirlo. Andrà a finire che non voterò, così imparano a far le cose semplici, mannaggia a loro, tutti quanti sono. Poi tra Renzo e Lucia che dopo tutti questi anni ancora son lì a decidere se sposarsi o meno, il giornalino della Fidaty e quello del quartiere che occhieggiano da giorni in soggiorno, i bulbi da annaffiare, la pulcina che finge di preparare i libri per il giorno dopo mentre messaggia a rotta di collo sull’ennesima diavoleria chiamata whatsapp, gli occhi cominciano a dar segni di cedimento e riesco non so come ad andare a letto senza rompermi una gamba scivolando su un paio di calzini abbandonati sulle scale. Mi tiro su il piumone fino al mento. C’è ancora un pensiero. Ah, già, l’uovo. Domani, sicuramente domani.

sabato 29 settembre 2012

La Gallina in Grigio

Che amo l'autunno non è certo una novità, ma stavolta ne sento davvero un'incredibile mancanza. Questa estate che si sta protraendo a dismisura mi ha stufata di brutto, e anche se c'è chi dice che tra un po' rimpiangeremo le mezze maniche, io so bene che non farò parte del gruppo e mi avvolgerò felice in sciarpe e piumini. Ho proprio voglia di vento, di golfini da abbottonare bene, di cielo che si tinge di viola all'ora di merenda, di freddi mattini nebbiosi e di quelle nuvole basse e sfilacciate che ricoprono le colline dietro casa mia quando ha piovuto da poco. I colori sono praticamente già stati banditi dal mio armadio, o meglio, in realtà sono ancora lì ma praticamente non li considero più, e getto sguardi laguidi solo ai grigi e ai marroncini, passando per il cipria, il tortora e il piombo. C'è poco da fare, la palette dei miei colori segue inesorabilmente le stagioni, e anche se la temperatura esterna suggerirebbe ancora canottiere lime e infradito turchesi, io sono gia' oltre e penso solo a stivali cacao e maglioncini carbone, al massimo un'ametista melange. Forse sono malata, una delle mie ennesime fissazioni, che come dice il Galletto ormai non si contano più. Vabbè, che male c'è, c'era la Signora in Rosso, potrà pur esserci la Gallina in Grigio. Così, me ne infischio dei quasi trenta gradi ed ho dichiarato i sandali già out, accontentandomi delle ballerine in attesa di poter rinnovare gli stivali. Ottobre e' gia' sul pianerottolo e non vedo l'ora di spalancargli la porta, sperando porti con se quelle giornate fresche e croccanti che adoro, quando il vento fa volare via miliardi di foglie in fiamme e le guance dei bimbi si arrossano come piccole mele mature. Lo abbraccerò con affetto e lo farò accomodare con un sorriso, fai come se fossi a casa tua, mentre gli servirò un tè fumante, arancio e cannella, il mio preferito. Sono pronta, prontissima. Quasi troppo, che mi sono già beccata il primo solenne raffreddore della stagione con tanto di starnuti a raffica e voce da Mamie di Via col Vento. Ho paura di essermi portata un po' troppo avanti col lavoro.

venerdì 21 settembre 2012

Di cuore e di spritz

E' vero, ultimamente scrivo poco. Ma è anche vero che ultimamente mi sto facendo dei gran bei regali. Non che le due cose siano direttamente collegate, anzi, lo scrivere per me resta comunque un regalo bellissimo, ma negli ultimi tempi mi è presa cosi, meno voli pindarici e più concretezza. E questi regali son proprio belli, regali speciali. Non si tratta di shopping compulsivo in Via Tornabuoni e, ahimè, neppure spensierati acquisti on-line, che il mio computer è defunto da una settimana - una prece - e a parte qualche incursione notturna sul portatile del Galletto, sono totalmente out of the web, cosa che mi fa sentire tagliata fuori da tutto, come se mi avessero tolto un pezzo, un braccio, uno dei cinque sensi, anzi tutti e cinque insieme. No, in questo caso si tratta di regali che non si incartano e nemmeno si scrive il biglietto, sono regali che si prende e si va, si salta dall'altra parte dello schermo e si va a vedere chi c'è. Così, in questo mese che adoro e che è proprio il mio mese, e quindi quale occasione migliore per farsi dei regali, dopo lo splendido dono chiamato Ficata che mi sono fatta pochi giorni fa, ieri sera appena uscita dall'ufficio ho preso bus e tramvia e sono andata a riabbracciare la mia carissima amica delle fragole e del cuore, che non vedevo da tanto, troppo tempo, proprio da quel regalo speciale che mi ero fatta ormai tanti anni fa, la quale era in compagnia della mitica Emme, fiorentinaccia come me, con la quale ci eravamo già riviste proprio alla suddetta Ficata... perché sì, è così, sul web i sentieri si rincorrono, si incrociano nei modi più strani, anche tu qui? ma dai, non ci credo!, e si può star certe che in fondo ad ogni sentiero, anche il più arzigogolato, si troveranno solo sorrisi e caldissimi abbracci. Il mondo è piccolo, e quello delle bloggers lo è ancora di più. Così ieri sera io, Laura ed Emme ci siamo abbracciate e stritolate a dovere per poi infilarsi in un localino niente male, tutto bianco, chic e francesissimo che sembrava di essere sul primo arrondissement invece che a due passi dall'Arno, e ci siamo godute gli spritz, un sacco di deliziosi assaggini che alla fine avevamo già cenato, e soprattutto la nostra compagnia, condita da qualche lacrima e molte risate. Bello, bello. Da rifare. Presto, prestissimo. Guardarsi negli occhi e sapere di pensare esattamente la stessa cosa. Non c'è niente di più prezioso nella vita.

sabato 8 settembre 2012

In attesa di domani

Chiuso lo sportello del forno e messo a cuocere il dolce per domani, eccomi qui ad aspettare questo sabato settembrino che mi porterà ancora una volta al Poggio, in mezzo alle vigne, agli olivi, ed ai fichi naturalmente, visto che proprio quest’ultimi sono il simbolo assoluto della giornata che si svolgerà a casa della mia sorellina, per l’edizione duemiladodici della mitica Ficata. Stavolta lo dico prima che la Ficata sarà una gran ficata, perché da vecchia ficara qual sono, come chiamasi le avvezze a tale manifestazione di fine estate sulle colline fiorentine, so per esperienza che sarà una bellissima giornata, fatta di abbracci e di risate, di un lungo tavolo sull’aia imbandito di ogni ben di Dio, di chiacchiere fino a notte fonda e di bambini di ogni età a giocare e rincorrersi nei campi, oltre ovviamente alla raccolta dei famosi fichi della Dani, a cui nessuna saprà resistere, nemmeno se munita di tacco dodici, che come si vocifera qualche impavida indosserà sprezzante del caldo e delle zolle del Chianti. Pare che una leggenda del luogo racconti addirittura di una raccolta migliore proprio se effettuata dall’alto di un bel plateau scamosciato e peep toe. Per quanto mi riguarda, sfiderò la malasorte ed mi accontenterò di un magro raccolto in Birkenstock, onde scongiurare il terribile effetto cotechino in cui si trasformano i miei piedi dopo solo un paio d’ore di tacchi. In ogni caso, sconsiderate ficare in decolleté a parte, non vedo l’ora che le lancette girino ed arrivi il mezzogiorno di domani, ora in cui si apriranno le danze. Conosciute, sconosciute, figli e mariti al seguito o super single partite solissime e alla chetichella, maledette toscane, nordiste, sudiste o autoctone, quello che ci legherà e ci accomunerà tutte quante sarà la voglia di stare insieme, di conoscerci, di parlare così tanto da slogarci le mascelle, di ritrovarci emozionate a combattere le lacrime e veder brillare la stessa luce in tutti i nostri occhi. Nell’aria si sta diffondendo l’inconfondibile dolcissimo profumo del mio cheese cake, tra poco sarà il momento di toglierlo dal forno. Nel frattempo penso a domani, e sorrido. Ancora una volta grazie, sorellina.

lunedì 6 agosto 2012

Di afa, silenzio e solitudine

Questo è uno di quei casi in cui il titolo dice già tutto. Potrei evitare di scrivere qualsiasi altra frase, che quelle tre parole già descrivono alla perfezione questi giorni di casa vuota e di città in fiamme. Quanto a temperatura, ogni giorno è decisamente sorprendente, nel senso che da due mesi a questa parte ogni giorno penso sia stato il più caldo e insopportabile, per poi ricredermi il giorno successivo alle prese con un clima ancora più torrido. Non ha molto senso quindi sottolineare il fatto che oggi pomeriggio ci fosse un’afa da delirio e che se non mi fossi fatta aiutare da un gelido Cafè Zero scolato a cannuccia sul marciapiede, sarei anche potuta crollare sul selciato a due passi dal Duomo, col rischio di essere pure calpestata dalle frotte di turisti che affollavano la piazza, tutti a naso in su e sguardo allucinato, non so se per merito della cupola del Brunelleschi o dei quaranta gradi, o di tutt’e due. Il cielo bianco e appannato faceva quasi rimpiangere il sole, quando improvvisamente qualcuno ha detto piove! e sono scese giù sì e no una ventina di gocce in croce, che hanno solo fatto ribollire l’asfalto e segnato i cofani delle auto con tanti pois beige di sabbia africana. Ho paura che le piante del mio giardino dovranno ancora attendere, ed accontentarsi delle brevi annaffiature che il galletto dispensa loro a notte fonda di nascosto dall’ordinanza comunale che le avrebbe vietate. Nel frattempo la casa risuona dei miei passi, delle mie dita che ticchettano sulla tastiera, dello sbuffo del mio ferro a vapore e delle olimpiadi in televisione, che mi son fatta una cultura in lancio del peso e fossa olimpica. Praticamente un vuoto abissale. La pulcina già al suo decimo giorno di campo scout, senza neppure la possibilità di sentirla al telefono, cosa che in quest’era di cellulari, skype e diavolerie telematiche assortite, fa ancora più effetto e mi sembra di essere tornata indietro nel tempo, ma parecchio indietro, perlomeno di cent’anni, che quand’ero ragazzina io un gettone per telefonare dalle cabine gialle della Sip le nostre mamme ce lo facevano sempre portare dietro. Vabbè, è vero che  no news good news, come dicono flemmaticamente oltremanica, ma la picci mi manca assai, comprese le nostre litigate quotidiane, il che è decisamente tutto dire. Così per distrarmi un po’ ho tirato su la saracinesca della mia agenzia e passo il tempo mettendo a punto il nostro prossimo viaggio. In attesa che la pulcina torni alla base, che in casa si ritorni a urlare come d’abitudine e che le alte pressioni africane tolgano gentilmente il disturbo.

sabato 28 luglio 2012

Tredici

Tredici mila chili di arcobaleni a strisce
a volte è proprio bravo chi è che ti capisce
da cavalcar nel vento come un puledro moro
e scivolare in fondo a caccia del tesoro.
Tredici oceani ricchi di pesci e di balene
e tuffi in fondo al blu insieme alle sirene
miliardi di conchiglie e onde con la cresta
anche se è una piscina è qui la vera festa.
Tredici leghe e ancora di passi e di saltelli
corse a perdifiato e impavidi duelli
prati verdi in discesa da farci capriole
se lo decidi tu vai dritta fino al sole.
Tredici lune a punta per dondolarti lenta
nel buio della notte che niente ti spaventa
e sogni attorcigliati di brividi e rugiada
finché la luce arriva e nebbia la dirada.
Tredici fate in cerchio a prenderti per mano
i balli e le risate ad intonare un brano
musica intorno al cuore come una melodia
passi di danza incantano con rara maestria.
Tredici fiamme bruciano intense nei tuoi occhi
a me pare impossibile sentir questi rintocchi
mi volto e vedo un fiocco appeso sul portone
ti guardo e sei già grande non più nel mio pancione.
Tredici e ancora mille fiocchi di neve pura
da ascoltare in silenzio sui monti o giù in pianura
per diventar regina d’inverno e primavera
il cuore batte forte proprio per te stasera.

venerdì 13 luglio 2012

Ferie after-hours

E' strano questo luglio, diverso da tutti gli altri lugli, si dice lugli? mi sa di no, e non solo per il caldo record che lo ha fatto schizzare ai vertici della hit parade estiva degli ultimi cinquant’anni. In genere è un mese fiacco, addormentato dall’afa e dalla solitudine di una città già mezza vuota, un mese in stand-by, in attesa delle vacanze e dei primi temporali, dove spesso le cose più interessanti da fare si riducevano al guardare qualche stanca replica televisiva ed a fulminare a suon di racchettate le sventurate zanzare che si azzardavano ad entrare in casa. Questo luglio invece mi sta sorprendendo con un’identità nuova, nottambula e festaiola, dove passato il tramonto ogni occasione è buona per uscire e far qualcosa. Ecco quindi fiorire cene in pizzeria con amici e figliolanza, spettacoli estivi, apericene, cinema all’aperto e perfino un Lago dei Cigni. Caspita, praticamente impossibile riuscire a trovare un buco libero nel mio carnet. E se anche restiamo in casa, vai di tivù spenta e via con una serata di letture come quella di ieri sera, dove io e la pulcina ci siamo godute il silenzio e la notte, ognuna immersa nella lettura del suo libro ma contemporaneamente in compagnia dell’altra. No, non è affatto male questo luglio cittadino, con i negozi che restano aperti fino a mezzanotte per combattere la crisi e offrire un diverso modo di fare shopping ai saldi, che sembra quasi di essere a Viareggio in passeggiata per le classiche vasche del dopocena. E se ci scappa un bellissimo paio di jeans al prezzo di una maglietta, ancora meglio.  E poi un po’ di ferie le abbiamo già fatte, ed altre verranno ancora quando molti staranno tornando, e nel mezzo possiamo metterci dei giorni proprio così, climatizzati, austeri e lavorativi durante il giorno, ciarlieri e giocosi sotto le stelle. Praticamente delle mini-ferie in pillole da prendere ogni giorno. Una specie di cura vitaminica, come la pasticca rosa che ogni mattina metto accanto alla tazza della colazione della pulcina. E si sa, le vitamine fanno sempre bene.

mercoledì 4 luglio 2012

Fuori dal mondo

A volte una vacanza deve anche essere così, fuori dal mondo per una settimana, l’auto dimenticata nel parcheggio oltre la sbarra, e giorni pieni solo di mare e di sole, dove le uniche preoccupazioni sono quelle di spalmarsi di fattore trenta, di ricordarsi di prenotare la canoa e di non perdersi lo spettacolo serale. Per il resto, ore passate a leggere a bordo piscina, a camminare in riva al mare raccogliendo ciottoli così bianchi, levigati e rotondi da crederli finti e messi lì appositamente dall’azienda turistica, a ridere ballando la sigla sotto le stelle come una ragazzina, ad asciugarsi le lacrime che escono furtive alla vista di mia figlia con l’erogatore in bocca scomparire per la prima volta tra i flutti lasciando una scia di bollicine. La vita di villaggio è così, a metà strada tra fiaba e finzione, e così deve assolutamente essere, per potersi davvero chiudere la porta alle spalle e staccare la spina di qualsiasi filo mi tenga ancorata alla realtà, ed immergersi in un luogo perfetto, circondata da prati verdissimi, mare turchese e olivi secolari dai tronchi immensi, le cui grinze ospitano nidi abitati da neonati uccellini col becco spalancato. Non pensare a nulla, non voler sapere nulla di quel che succede al di là di quella sbarra, disintossicarsi da tutto ciò che ci avvolge nella vita di ogni giorno e riuscire a dimenticarsene davvero, tanto da guardare con occhi torvi il cellulare che improvvisamente prende vita ed essere tentati di spengerlo senza rispondere. Certo, trascorrere un’intera estate così, come fantasticavamo con la pulcina mentre andavamo in giro in pareo e infradito, alla fine potrebbe forse essere noioso, magari dopo un po’ tornerebbe prepotente il desiderio di accendere la tivù per ascoltare un telegiornale o potremmo venir travolti da una crisi di astinenza da stress lavorativo o da un attacco di nostalgia per la coda alla cassa del supermercato, chissà. Per quanto mi riguarda, ne dubito fortemente. Sono sicura che la parola noia non apparirebbe mai nel mio dizionario, nemmeno a settembre inoltrato, quando fossimo rimasti soli, obbligati a passare il tempo giocando a carte col bagnino ed il capo villaggio.

mercoledì 20 giugno 2012

Sapore d'estate

Benché il solstizio d'estate quest'anno sia stato preceduto dall'alta pressione africana, con temperature intorno ai quaranta, e l'accendere il forno effettivamente non rientri tra le attività consigliate, non potevo non festeggiare degnamente il primo, splendido regalo fattoci dal nostro giovane albicocco che, vista l'imponente fioritura primaverile, sapevamo già che se non ci scappava una grandinata si sarebbe interamente ricoperto di piccoli bellissimi soli arancioni e vellutati. Del resto, scartata l'opzione marmellata, che non amo particolarmente, ed avendo già distribuito albicocche a parenti e colleghi, bisognava che trasformassi parte del restante in qualcosa di più godereccio di un semplice frutto da mangiare a fine pasto. Frugando nei miei ricettari, ho trovato questa intrigante ricetta francese che ho deciso di mettere subito alla prova. Tra burro e mandorle le calorie si sprecano, ed è indubbio che sia la cosa meno indicata in questo periodo di imminente prova costume, ma quanto a bontà, beh, i francesi la sanno davvero lunga. Provare per credere.

Tarte aux abricots

Ingredienti:
pasta frolla (si può usare anche quella pronta)
albicocche fresche
120 gr. di farina di mandorle
90 gr. di zucchero
1 uovo grande
80 gr. di burro
un cucchiaio abbondante di cognac

Preparazione:
Accendere il forno a 180°. Lavare le albicocche, tagliarle a metà e togliere il nocciolo. Ricoprire il fondo di una tortiera con carta da forno. Stendere la pasta frolla e adagiarla nella tortiera, lasciando il bordo un po' alto, e cuocerla in forno per circa 7-8 minuti. Nel frattempo in una ciotola mescolare lo zucchero con la farina di mandorle, aggiungere l'uovo, il burro fuso ed il cognac e mescolare bene con l'aiuto delle fruste, fino ad ottenere una crema omogenea. Disporre le mezze albicocche sulla pasta frolla precotta, con la buccia verso l'esterno, ricoprendo tutta la superficie. Versare la crema di burro e mandorle sopra alle albicocche e livellare bene. Infornare e cuocere a 180° per circa mezzora. Lasciar raffreddare a temperatura ambiente e servire.

mercoledì 30 maggio 2012

Alta marea

Già ho le mie di ansie, che vanno e vengono come le maree, che cerco di tenere a bada facendo schioccare la frusta come un domatore di leoni e con le quali in certi momenti mi pare di aver trovato uno strano equilibrio che me le fa sopportare senza troppi drammi, come due cugine antipatiche delle quali faresti volentieri a meno ma, dato che sono parenti, ti tocca sopportarle con un mezzo sorriso, sperando tornino presto a casa loro. Ci mancava pure questa fine di maggio strana e triste a farmi arrivare nuove preoccupazioni e a far salire l'ansia a livello di attenzione. I pensieri si rincorrono incessanti da giorni nella mia testa, si arrotolano gli uni sugli altri come serpenti inquieti, spire fitte di domande destinate a restare senza risposta. Le stesse che mi facevo da ragazzina e che speravo di non dovermi rifare mai più, di aver dimenticato, mentre invece il passato, che sembrava così lontano, forse non e' mai realmente passato ed è ancora qui, tra di noi, pronto a far del male a chiunque, dovunque. Ripenso alle gente che aspettava un treno per partire in vacanza, a quelli che facevano la fila in banca, a quelli che semplicemente dormivano nel loro letto e adesso alle ragazzine che andavano a scuola. Non posso, non voglio crederci. Eppure. Poi la terra comincia tremare, ancora e ancora, e ti viene da pensare che anche lei forse stia tremando di paura, come te, per questo mondo che qualcuno vuole per forza distruggere, spegnendo per sempre il sorriso a una ragazzina dolce con gli occhi di Bambi e facendo morire la gente in case costruite con il Lego. L'ansia sale come la marea, ma questa è più difficile da domare, forse non ho la frusta adatta o forse queste bestie sono così feroci che e' impossibile domarle. Le domande si rincorrono ancora, le risposte non arriveranno. So solo che a sedici anni si dovrebbe solo morire dal ridere, o magari di sonno, mai per una bomba. So solo che stanotte mia figlia ha dormito attaccata a me come una cozza, o forse ero io che mi aggrappavo a lei come ad uno scoglio, per paura di sentire la terra tremare, per paura di sentir tremare il mio cuore.

venerdì 18 maggio 2012

Mia sorella

E’ proprio vero, ci siamo riconosciute subito, come se veramente, come noi diciamo per scherzare, fossimo state sorelle separate alla nascita. Ed in effetti così continuiamo a chiamarci, sister, tanto che qualcuno a volte ci crede davvero e si stupisce del contrario. E quanto amo crederlo anch’io. Figlia unica da una vita, l’infanzia passata a sperare nell’arrivo di un fratellino o di una sorellina con cui condividere una crescita che evidentemente, seppur inconsciamente, sapevo già non sarebbe stata facile, anni di solitudine ai quali mi sono adeguata, anni di silenzio perché nessuno avrebbe ascoltato, anni a riempire pagine da chiudere in un cassetto. Poi improvvisamente qualcuno si è riconosciuto nelle mie parole e mi ha detto di esserci. Similissima a me, per esperienze vissute, sentimenti provati, fragilità dell’anima e profondità del cuore, ed io che lì per lì stentavo a crederci ho davvero pensato, incredibile, è davvero mia sorella. Stessi gusti, stessi pensieri, ognuna con una pulcina, anch’esse simili tra loro, che si son piaciute appena si son viste. Buffo davvero, perfino stesso accento, stesso sguardo, e vicine quel tanto che basta da incontrarsi davanti a una pizza quando ci va, come abbiamo fatto ieri sera, raccontandoci senza tregua e senza veli. Siamo Thelma e Louise del nuovo millennio sorellina cara, e chissà se un giorno non ringrazieremo la curva e ce andremo davvero a zonzo staccando la spina per un po’. Magari un giro di mercati per aiutarti a scovare qualche nuovo tesoro per la tua bottega. Per intanto ti ringrazio di esserci, sister. Davvero.

LinkWithin

Blog Widget by LinkWithin