giovedì 13 settembre 2007

A caval donato non si guarda in bocca


Per il mio compleanno ho ricevuto in dono una giornata di trattamenti benessere in una spa cittadina. Un carnet composto da un massaggio rilassante alla farina di ceci, uno agli oli essenziali, un trattamento di pulizia profonda del viso con maschera rigenerante, uno scrub aromaterapico al cacao, un trattamento mani-piedi e ancora qualcos’altro che al momento non ricordo. Probabilmente tante signore e signorine andrebbero in brodo di giuggiole per un regalo così. Io no. Io, che in vita mia sono andata una volta sola dall’estetista e ne sono uscita con la faccia gonfia come un pallone. Io, che non amo sentirmi toccare e strofinare da mani estranee. Io, che soffrendo di una dermatite cronica non posso neanche prenderli in considerazione scrub e pulizie del viso. A caval donato non si guarda in bocca, dice il proverbio, e si sa che i proverbi in quanto a saggezza vanno lasciati stare. E a cose normali, se il regalo mi fosse giunto da colleghi, amici o finanche mia suocera (questa è un’eventualità impossibile, ma si fa per dire) avrei sorriso con garbo, esclamando che si trattava di un bellissimo regalo, grazie infinite di cuore. Così mi hanno insegnato e così si fa. Ma quando il dono in questione ti arriva dalla tua dolce metà col quale hai condiviso gli ultimi ventidue anni della tua vita, mica ventidue giorni, ci resti male. E dissimulare la delusione è difficile. A me non è riuscito. Se a volte col resto del mondo riesco a stamparmi sulla faccia un sorriso di circostanza, con mio marito non riesco a non essere sincera. Forse è un difetto, non so. Ma quello che mi ha fatto più male non è stato l’aver ricevuto un regalo sbagliato, quello può capitare anche dalle persone che ti conoscono meglio: taglia sbagliata, colore che non è il tuo, genere che non ami particolarmente, profumo non proprio di tuo gusto, e la lista può essere infinita. E’ stato il dover ammettere con me stessa che, nonostante ventidue anni insieme, per tante, forse troppe cose, non so, corriamo su due binari paralleli che in quanto tali non si incontreranno mai.

mercoledì 12 settembre 2007

42° giro di boa


Ci sono dei momenti in cui penso di essere molto diversa da quella bimba boccoluta in cappottino e calzetti corti di un pomeriggio domenicale trascorso ai giardini pubblici di Barberino del Mugello nel 1967. A volte invece penso di non essere cambiata affatto. Mi sento ancora molto bambina. Ma anche donna. Una donna bambina, ecco. Perché quel lato giocoso e spensierato del mio carattere non mi ha mai abbandonata per cedere il posto alla serietà e al rigore della maturità ma bensì si è solo fatto un po’ più in là, come quando ci si stringe in quattro sul sedile posteriore di una Panda, per entrarci tutti senza lasciar a piedi nessuno. Una stretta convivenza di spensieratezza e austerità, compostezza e vivacità, impegno e risate. La mia ancora di salvezza del resto, una riserva di allegria e di ottimismo a cui attingere nei momenti più bui, per riuscire a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno. Non tutti se ne accorgono subito, beninteso, che sotto la superficie seria e riflessiva, composta e tenace, si nasconde un animo buffo e divertente che sa prendersi in giro e mettersi in gioco al momento giusto. Un po’ come una mela, liscia, lucida, dalla sobria buccia sfumata, che ospiti al proprio interno un torsolo rosa fucsia come una Big Babol e zuccheroso come marzapane. Anche oggi, che la mia navigazione giunge al 42° giro di boa, non senza aver attraversato tempeste e bonacce, burrasche e venti tesi, son lì che mastico il mio nocciolo rosa e ogni tanto ci faccio anche un palloncino.

martedì 11 settembre 2007

Mamma, portami un regalo


E’ una tradizione. E come tale, naturalmente, va rispettata, ci mancherebbe altro. Così, le due-tre volte l’anno che parto per un viaggetto di lavoro, so che al mio ritorno il mio bagaglio verrà accuratamente ispezionato da un paio di manine ben più attente di quelle di un ispettore doganale, alla ricerca del pacchettino del caso. Le prime volte che è successo, vista l'impossibilità di incrociare un negozio in orario di apertura, sono caduta su un acquisto last-second in stazione, in uno di quegli empori dell'improponibile zeppi di giocattoli Made in China e gadget di dubbio gusto. Ma tant'è, la pargola ha comunque gradito l'asciugacapelli a batterie per il suo stuolo di bambole e l'imitazione scadente del super-mag. Poi mi sono fatta furba e sono passata all'acquisto casalingo prima della partenza, da occultarsi in valigia, tra pigiama e moduli d'ordine, e portarsi appresso nelle peregrinazioni. Così sono arrivati libri, Hamtaro e Polly Pocket. A questo giro però mi sono fatta cogliere un po' impreparata. A dire il vero, un pacchettino contenente un libriccino l'avevo imboscato nella tasca della biancheria, ma non mi convinceva molto, l'avevo preso al volo, mentre per scegliere un buon libro ci vuole il suo tempo. La fretta non è mai una buona consigliera. Neppure per un libro da bambini. Così, mi ronzava in testa il pensiero che avrei dovuto trovare qualcos'altro, qualcosa di più soddisfacente. Anche una sciocchezza, ma più appagante, più sfiziosa. Ed ecco che durante una passeggiatina tra colleghi per aiutare il filetto di Angus al pepe nero e vino di Borgogna, le patate al forno e la millefoglie di frutti rossi e caramello a trovare la loro giusta collocazione in area digestiva, mi imbatto in un banchetto improvvisato pieno di quel tipo di paccottiglia sbrilluccicosa che tanto mi piace. E lì nel mezzo, tra anelli extra large e collanone estive, ti vedo un giro di falsissime perle con una simpaticissima Hello Kitty di rosso vestita attaccata nel mezzo. Perfetto! La mia picci vanitosa la adorerà, come sua madre del resto sta già facendo. Così, affare fatto, la kitsch-collana diventa mia, anzi sua. E son già lì che penso se sia sconveniente pensare di farmela prestare qualche volta quando a poca distanza noto un braccialetto altrettanto kitsch e altrettanto sfizioso, perle rosate, qualche perla iridescente e tre mini Hello Kitty rosa confetto che ciondolano allegramente. Colpo di fulmine, naturalmente, e poco dopo è già lì al mio polso destro, tra il Tiffany e il tennis. Il sacro accanto al profano. Ma sì, ogni tanto ci vuole, fa bene all’umore. E l’abbraccio di mia figlia felice del suo collier di gran classe è stato il più bel regalo di bentornata che potessi desiderare.

venerdì 7 settembre 2007

Prossima fermata, Milano


Milano, sì. Non solo quella da bere, ma anche quella da mangiare, che a Milano i ristoranti vanno lasciati stare, sissignori, sopraffini sia agli occhi che al palato. Anche quella da lavorare, naturalmente, perché mi aspettano alcune giornate belle toste, milanesi per l’appunto, di quelle che a sera ho due zampogne al posto dei piedi. Ma dopo, Milano si fa sempre perdonare, tra un aperitivo in Corso Como, un risottino perfettamente mantecato e, se non crollo prima, due passi notturni in zona Brera. E poi, per me questi giorni di evasione professionale sono sempre una piccola, brevissima vacanza. Della mente se non del corpo, beninteso, ma comunque preziosi per staccare la spina da tutto quello che la normalità della mia vita comporta. Lavatrici da fare e da stirare, cene da preparare, letti da rifare, tabelline da risentire, pane e latte da acquistare, macchie da smacchiare e caffèlatte da versare. Per pochi giorni, via tutto ciò, cancellato come una scritta in gesso alla lavagna. Concedermi il lusso di lasciare schizzi d’acqua in bagno dopo la doccia, il letto disfatto, i vestiti alla rinfusa. Scegliere con calma da ricchi menù tra una chiacchiera e un grissino sgranocchiato. Sfogliare il quotidiano fresco di stampa aspettando la colazione, servita tra fiandra e argenti. Mica poco, perbacco. Mica poco davvero. E allora ben venga Milano. Da bere, da mangiare e anche da lavorare.

mercoledì 5 settembre 2007

Insalata Granny Smith


Qualche sera fa, durante una simpatica cena in piedi, ho assaggiato una buonissima insalata di mele verdi, diversa e sfiziosa, che ieri ho subito provato a rifare a casa per la gioia delle mie papille gustative e incurante delle neppure tanto velate minacce di divorzio da parte del mio consorte, acerrimo nemico di aringhe, acciughe e affini. Con sommo sprezzo del pericolo, mi sono quindi lanciata nella preparazione di questo semplice ma intrigante piatto, che per un'aringa-dipendente come la sottoscritta si è rivelato una vera prelibatezza. Il risultato è stato perfetto, un piatto fresco, veloce e molto appetitoso. Peccato averlo dovuto gustare in solitudine ma, si sa, mica tutte le ciambelle riescono col buco. Men che meno i mariti.

Ingredienti (per 4 persone):
2 mele verdi Granny Smith
2 pere Kaiser
2 patate bollite
2 filetti di aringa marinati
olio extra vergine di oliva
sale
limone

Preparazione:
Lavare bene le mele e tagliarle a pezzetti non troppo piccoli, lasciando la buccia. Aggiungere le pere sbucciate e tagliate a pezzetti. Bollire le patate senza che si ammorbidiscano troppo, sbucciarle, tagliarle a pezzetti e aggiungerle alla frutta. Tagliare i filetti di aringa a pezzetti e mescolarli al resto. Condire con olio extravergine di oliva, un pizzico di sale e qualche goccia di limone. Lasciare riposare una mezz’ora a temperatura ambiente prima di servire, accompagnando con fettine di pane integrale.

martedì 4 settembre 2007

Il mio capodanno


E’ proprio vero. Come già qualcun altro sostiene, anche per me il nuovo anno inizia ai primi di Settembre, quando tutto si rimette in moto dopo la letargia estiva. Quando le tessere del puzzle, fatto di abitudini e consuetudini, tornano al loro posto e il ritmo che accompagna la mia vita da Settembre a Giugno ricomincia a scandire le mie giornate. Il capodanno di San Silvestro è solo un banalissimo cambio di data e l’occasione per brindare mentre scoppia qualche petardo. Quello di questi giorni segna invece la nascita del nuovo anno lavorativo e familiare, dove tutto sta per ricominciare e riprendere vita e, mentre mi sistemo sui blocchi di partenza, mi fa sentire emozionata e tranquillizzata al tempo stesso, perché non c’è niente di meglio di una bella dose di banalissima routine per sentirsi protetti e rilassati, anche se, come è normale che sia, l’imprevisto che condirà con sale e pepe le mie giornate è naturalmente già pronto dietro l’angolo. Eccomi quindi di nuovo e per fortuna alle prese con la riapertura della scuola e l’acquisto del nuovo corredo scolastico: astuccio a tre scomparti con tigrotto in campo verde perché quello di Barbie ha definitivamente rassegnato le sue dimissioni, diario con cuccioli assortiti che le Winx son già finite nel dimenticatoio, penne cancellabili, grembiulini blu elettrico pronti ad affrontare centinaia di lavatrici e libri di testo allegri e colorati da ricoprire accuratamente con plastica trasparente, che le manine che li sfoglieranno non saranno mica poi così gentili. E poi, il giochino degli incastri, la composizione degli impegni settimanali, dove tutto viene scandito da orari, corsi e luoghi da mixare e frullare a perfezione per creare un cocktail di facile gestibilità, che poi non si rivela mai così facile come avevo pronosticato. I giorni di danza classica sono rimasti gli stessi ma l’orario si è allungato, inglese dovrebbe essere invariato ma cambia l’insegnante, la piscina resta per il sabato mattina e da qualche parte c’è pure da infilare il catechismo, la new entry dell’anno. Ma sì, ce la faremo, non ho dubbi. Tra corse in bus, pioggia, vento, raffreddori, compiti, amichette, merende, feste e programmi puntualmente da riprogrammare, ce la faremo anche quest’anno. E’ il bello della diretta. 3,2,1… si ricomincia. Buon anno Gallina!

venerdì 31 agosto 2007

Scuola di baci


Negli ultimi tempi mia figlia sta frequentando un corso speciale sui baci. Ha deciso che deve imparare assolutamente come si fa e, anche se ammette che avendo otto anni ci dovrebbe essere ancora un po’ di tempo prima del fatidico primo bacio, ha paura che il Principe Azzurro possa arrivare prima e la colga impreparata. E la cosa non le aggrada per niente. Così, ogni coppietta che si sbaciucchia alla fermata del bus viene attentamente osservata dalla piccola allieva, per non parlare di spot pubblicitari, trailers o spezzoni di fiction che le capitano a tiro dove ci siano un lui e una lei intenti a baciarsi. Inutili tutti i miei tentativi di dissuaderla, che non è educato fissare la gente che si fa i fatti propri, che spiare non è buona cosa e che comunque è roba da grandi. Lei continua imperterrita nel suo studio e poi, naturalmente, ogni tanto decide di fare un po’ di pratica, tanto per vedere se ha capito bene la tecnica, baciando furiosamente il cuscino del divano, il suo avambraccio oppure Ken, il quale però, viste le dimensioni, non deve darle grande soddisfazione. Insomma, ecco come ti si trasforma una picci, che ancora non sa bene come nascono i bambini e proprio ieri mi chiedeva se un padre sia proprio necessario per farne uno, che crede fermamente a Babbo Natale e alla fatina dei dentini, che in spiaggia è ancora la regina indiscussa di secchiello e formine. Poi, improvvisamente, cresce. Lasciandoti spiazzata, divertita e anche un po’ spaventata.

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